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Onde , quando la strada è a lei permessa

D' uscirne fuori, alla sua sfera sale,

Riducendosi pria tutta in se stessa. Nè teme di perir qual cosa frale,

Nè può perir, se non ha parte alcuna,

Ma è pura, indivisibile , e immortale. Si rompa or la dimora a me importuna,

Arrecatemi , o servi , il ferro avante,

Pria che parta dal ciel la notte bruna. Allora un servo con la man tremante

Portògli il fiero acciajo ; ed egli il prese

Intrepido negli atti, e nel sembiante, Ma Labien, che di pietà si accese,

Andiam prima di Giove al tempio, disse,

Acciocchè il suo voler ti sia palese. Caton pria nel pugnal le luci fisse,

E la punta tentò se fosse dura,

Poi di sua bocca tal favella (1) udisse (2): Forse colà nelle sacrate mura

Chieder dovrem, se bene opri colui,

Che all' ingiusto poter l' anima fura (3) ? Seterno sia ciò che si chiude in nui (4),

E se contra la forza, e la potenza
Perda punto virtude i pregi sui (5)?

(1) Favella, discorso.

(2) Udisse per udissi , cioè si udt,

(3) Fura, toglie, invola.
(4) Nui per noi.
(5) Sui per suoi,

H

Negli aditi

Ciò ben sappiam, chè la divina essenza,

In cui tutti viviamo, a nostre menti

Già del vero donò la conoscenza.
Nè fia chopra giammai da noi si tenti,

Se non ci muove quel volere eterno,

Senza cui nulla siam di oprar possenti, E poi, perchè degg' io Giove superno

cercar ,

se 'l trovo espresso Ovunque mi rivolgo , ovunque scerno? A’ dubbj il fato è d' esplorar permesso,

Ma lo spirito mio certo diviene

Per la certezza del morire istesso. Quì la voce Catone a se ritiene,

Perocchè il sonno del liquor di Lete

Avea le luci sue tutte ripiene.
E i mesti amici con le menti inquiete
Piangendo usciro (1),e 'l buon Caton lasciorno(2),

Ch' entro s immerse alla profonda quiete.
Ma quando gli augеlletti ai rami intorno,

Mentre l' aurora il chiaro manto stende,

Salutavan cantando il nuovo giorno ;
Ei desto, in man l' ingiusto ferro prende ,

Che spinto dalla destra a mezzo il petto

Velocemente sino al ventre scende.
Le viscere escon fuor del proprio letto,

E fra le dita spumeggiando il sangue,
Si
copre

di pallore il fiero aspetto.
() Usciro per uscirono, (2) Lasciorno per lasciarono,

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Mentre fra vita, e morte incerto langue ,

Un servo accorre , che con arte spera

Far che non resti per lo colpo esangue. Ma fisso ei nella voglia sua primiera ,

Si volse in se, poichè di ciò si avvide,

Come in umile agnello irata fera. Ed il trafitto petto apre, e divide

Con forza tal, che, quello dilatando

L' aspra ferita, negli estremi stride.
Indi forza maggiore a se chiamando ;

Tosto disciolse con la mano ardica,
Le palpitanti viscere stracciando,
Gli ultimi nodi alla gloriosa vita.

METASTASI O.

MUSEO D'AMORE.
Vieni , mi disse Amore,

Io m'accostai tremando.
Perchè vai sospirando ?
Di che paventa il core ?

Vieni, mi disse Amore.
Lieto per man mi prese,

E il ragionar riprese ;
Da che in mia corte stai,
Tu non vedesti mai
Il Museo di Cupido;

Io lo sogguardo (1), e rido.
(1) Sogguardo, guardo quasi di nascosto.

Credea , che il vezzosetto

Scherzoso fanciulletto,
Tutte le brame avesse
Di gioventude amiche;
Non che a serbo tenesse (1)

Amor le cose antiche.
Dentro una ricca stanza ,

Che di Tempio ha sembianza (2),
Guidami il mio bel Duce (3):
L'oro, che intorno luce (4),
Mi raddoppiava il giorno.
Or guarda , ei disse, intorno

Guarda, o servo fedele.
Di sculti marmi, e di dipinte tele

Ricco è il bel loco, dove Amor passeggia, E quinci llio m'addita e l' arsa Reggia Cui la Greca tradì sposa infedele ; E quindi il mare, e le fuggenti vele

Di Teseo ingrato; e vuol che sculta io veggia ,
Ninfa, che guizza, e Ninfa, che arboreggia (5):

Imprese tutte di quel Dio crudele.
V'è Amor dipinto in cocchio alto d'onore,

Con mille uomini e Numi in ceppi o in fuoco Dinanzi al carro; ed ei gli urta, e confonde. (1) Tenere a serbo, o in

(5) Ninfa che guizza, e niñfa serbo vale serbare, conservare.

che arboreggia vale ninfa che è (2) Sembianza, simiglianza. (3) Duce, guida, condottiere. è trasformata in albero. (4) 'Luce, risplende.

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tras formata in

pesce, e ninfa che

Psiche , che i vanni (1) e il tergo arse d'Amore,

Non vi è dipinta. Ognun fa pompa, e gioco Dell' altrui scorno, il suo scorda, o nasconde.

Ma più liete e gioconde

Cose, e più rare io serbo,
Disse il Garzon superbo ;
Ciò, che pennel dispinse,
Ciò, che scalpello finse,
Il tuo piè non ritardi.

Rivolgi al ver gli sguardi.
Vedi queste due spade

Opra di prisca (2) etade?
Furon, dicea Cupido,
Di Piramo, e d'Enea.
Su queste, ei soggiungea,
Caddero Tesbe, e Dido:
Del sangue sparso allora
Ecco le stille ancora,
E mentre ciò dicea

Quel barbaro , ridea.
Stavano in un de' lati

Cinque bei pomi aurati (3);
De' quai (4) molto si canta
In Ascra e in Aganippe:
Tre son quei d'Atalanta ,

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