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LA GERARCHIA

Dopo che alla burocrazia della Chiesa, gli appunti più gravi vanno senza dubbio mossi alla sua gerarchia. In fondo, anzi, questa non è che una emanazione e una creatura di quella. E fatalmente finisce per ripeterne la grettezza, l'aridità e la ristrettezza delle vedute.

Certo, anche Cristo, pensando alla Chiesa, pensò a una gerarchia. I Vangeli e gli Atti degli Apostoli lo attestano inconfutabilmente. Quello anzi che più impressiona, riflettendo al tempo della loro redazione (a pochi decenni, cioè, dalla morte di Gesù, quando in effetti lo spicco di Pietro sugli altri Dieci era piuttosto relativo) è il deciso anche se più implicito che formale riconoscimento del cosiddetto primato di Pietro. Sull'interpretazione della sua portata giuridica è inutile discutere : si trattasse di ermeneutica a un testo protocollare ci sarebbe per lo meno qualche speranza di riuscire a una tesi conciliante: ma pochi versetti, e complicati, per di più, da allegorie orientali, costringeranno eternamente a un risultato fluido e a un dibattito personalissimo. Il contesto, comunque, impone che si debba accettare non solu ciale riconoscimento d'autorità a Pietro, ma che lo si riconosca anche ai suoi successori. E giustamente. Un'oligarchia al sommo fastigio della Chiesa avrebbe avuto un significato troppo banalmente burocratico e non avrebbe mancato di lasciar dubbi sulla sua omogeneità ed umanità. Un capo unico sarebbe invece riuscito davvero quello che Soloviev chiamò « l'icone miracolosa del Cristianesimo universale »), cioè il siinbolo più adeguato dell'unità, dell'immutabilità, del progresso della Chiesa, oltre che della sua indipendenza di fronte ai poteri civili e della sua fecondità e capacità di recupero.

Ma dal pescatore di Cafarnao all'attuale Pontefice Massimo quale distanza! Aprendo un Annuario Pontificio, le pagine dedicate al semplice elenco dei membri della Corte Pontificia lasciano veramente sbalorditi. Ecco, ad esempio, quello della Famiglia della Santità di Nostro Signore (per tacere dell'altro della cosiddetta Cappella Pontificia): « Cardinali palatini - Nobile anticamera segreta - Prelati palatini - Gran Maestro del S. Ospizio - Camerieri segreti di cappa e spada partecipanti - Prelati domestici - Guardie nobili pontificie - Collegio dei Maestri delle Cerimonie pontificie - Camerieri segreti soprannumerari - Camerieri segreti di cappa e spada di numero e soprannumerari - Camerieri d'onore in abito paonazzo - Camerieri d'onore extra Urbem - Camerieri d'onore di cappa e spada di numero e soprannumero Stato maggiore della Guardia Svizzera pontificia, della Guardia Palatina d'onore e della Gendarmeria pontificia - Cappellani segreti e cappellani segreti d'onore Cappellani

d'onore extra Urbem - Chierici segreti Collegio dei cappellani comuni Bussolanti ».

Decisamente: è un po' troppo. Se il cristianesimo ha tratto origine dall'Oriente, non è però nato in una corte e sarebbe ben triste che l'ultimo papa morisse, sia pure alla fine del mondo, in un fasto del genere. D'accordo che i tempi hanno portato a dei non desiderabili compromessi, ma la scusa per perpetuare un simile folklore non ha più giustificazioni ormai. E, se si insiste, non v'è dubbio che tutto ciò è in armonia con un autentico culto le cui compiacenze servili non si fermano certo ai flabelli e al bacio del piede. Nessuno, naturalmente, pretende che il Papa vesta in tight e in cilindro. Il rappresentante supremo d'un culto religioso, che aduna quasi 400 milioni d'uomini, ha tutto il diritto di vivere avvolto in un nimbo particolare di devozione e di amore. Ma ogni eccesso dovrebbe essere scrupolosamente eliminato e sopratutto nessuna forma di cortigianeria dovrebbe mai essere sopportata. Spessissimo invece gli scritti e i discorsi dei più qualificati cattolici (non parliamo dei dignitari ecclesiastici e del clero in genere)

dal tono strisciante dei cronisti. de L'Osservatore Romano all'enfasi dei biografi e dei panegiristi sono che repugnanti esemplari. (E che dire di certe grossolane montature, come quella del genio oratorio dell'attuale pontefice, che tutto sarà ma non certo un felice oratore?) La dignità di Vicario di Cristo e la persona che ne è temporaneamente rivestita dovrebbero esser tenute nettamente distinte e quest'ultima passare in ogni caso in netto sott'ordine di fronte alla prima.

non ne

Senza dire che l'etichetta e la prammatica investono talora persino atti del magistero supremo infirmandone l'efficacia e la risonanza. Si pensi alle vietissime forme con cui sono tutt'oggi redatte le encicliche papali. A parte le proporzioni, talvolta giustificate, la loro sterile ambizione di « summae » ricapitolatrici ab ovo della questione in esame, la loro enfasi retorica, e insieme la loro freddezza di esposizione, i geroglifici tomistici che complicano le involuzioni stilistiche, la loro astrattezza, ecc. impongono il risultato fatale della loro inaccessibilità. Solo qualche documento, in una marea di scritti del genere, si salva di quando in quando, o per la sua eccezionale importanza o per ragioni contingenti; ma di nessuno mai si può parlare di popolarità (che, semmai, non va al di là del titolo).

Ma il male scava anche più in profondità. La presenza simbolica del Cristo nell'umanità, quale è realizzata dal Pontefice da Roma, si è trasformata a poco a poco, ma ormai irrimediabilmente (e il caso del mite Pio X praticamente esautorato dal suo autoritario segretario di Stato lo prova), da presenza ministeriale e pastorale in autorità eminentemente egemonica e totalitaria. E il suo infallibilismo non è più ormai concluso alle pure questioni di fede e di morale, ma si esercita di fatto altrettanto prepotentemente e indiscriminatamente in ogni campo, politico, culturale, pedagogico, ecc. L'unica libertà superstite ai fedeli è quella di acconsentire e obbedire.

Il massimo dell'arbitrio si esercita, evidente. mente, nel settore religioso. A dire il vero, nel '70 la contrastatissima definizione dell'infallibilità pon

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