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ca soltanto di riflettere l'autentica realtà storica. Giacchè molto più vero (ma a che pro allora usarlo?) sarebbe stato il dire che quello sciame di vespe non s'avventò affatto, poco gloriosamente, contro una fragile e solitaria ape d'oro, bensì ardi di molestare la tranquilla crescita d'un aquilotto già provato al volo. E in realtà le crisi più gravi furono attraversate dalla Chiesa al momento delle invasioni barbariche, nei secoli di ferro e allo scoppio della Riforma. Ma nel primo e nell'ultimo caso essa fu salvata dalle particolari situazioni politiche; nel secondo dai suoi stessi fedeli sollevatisi contro l'ignominia della Curia simoniaca e sodomitica. Nella storia non ci sono miracoli: c'è, tutt'al più, e possiamo umilmente accordarlo tutti, la nostra ignoranza a calcolare le componenti delle forze che vi agiscono. E, in questo senso, il metro del miracolo vale anche per gli eventi profani; ma allora, evidentemente, non si tratta più di miracolo vero e proprio. E l'appigliarvisi non è il ritrovato apologetico più consigliabile.

Ma agli apologeti professionali avviene spesso, e lo diciamo senza avanzar dubbi sulla loro buona fede, di confondere le entità che intendono difendere. Così, affermazioni come le seguenti : « il cristianesimo è morto più volte ed è sempre risorto, perchè aveva un Dio che sapeva la strada per uscire dal sepolcro », « il cristianesimo sarebbe perito se fosse stato perituro. Tutto quello che c'era di perituro cadeva », « l'Europa è stata messa più volte sottosopra, e alla fine di ognuno di questi capovolgimenti la religione si è sempre ritrovata sulla cima. La fede ha convertito tutte le epoche, non come religerser vecchia ma come religione nuova » (0) essi le considerano valide per testimoniare la perennità e l'inconsutile giovinezza della Chiesa cattolica. Mentre, evidentemente, quel che va dimostrato è proprio questa identità tra Cristianesimo e Chiesa cattolica.

Noi, comunque, non vogliamo qui sostenere che la Chiesa cattolica non sia la Chiesa che Cristo ha fondato o che essa abbia sostanzialmente aberrato dall'ideale del suo Fondatore. Noi sosteniamo soltanto che lo ha dolorosamente sfigurato e compromesso attraverso un processo febbrile e inconsulto di burocratizzazione. E in questo senso la nostra critica non si volge molto a ritroso nel tempo, ma si limita soprattutto all'ultimo secolo.

La Chiesa, è ovvio, fu sempre, più o meno, un complesso elefantiaco di competenze e di dicasteri. E in essa, si assommò spesso, proprio per quel prevalere d'interessi tecnici e materiali, la corruzione più classica. Ma il fatto che, sino al 1870, sia sempre stata la centrale politica di un vero e proprio stato, giovò indubbiamente alla laterale missione religiosa che pur entrava nelle sue competenze. Infatti, se nei momenti d'invasamento politico essa dimenticava il suo compito essenziale e lo subordinava, pur sciorinandolo come la ragione del proprio essere e del proprio agire, ai suoi successi temporali, lo Spirito aveva campo libero di spaziare e d'influire sulle membra in cui spontaneamente veniva a rifluire l'ardor realtia passione religiosa che abbandonavano il capo. Il Baudrillart ha detto che « nella Chiesa cattolica, come ovunque, le riforme sono l'opera di pochi individui che le vogliono energicamente e finiscono per imporle all'opinione e agli organi regolari della gerarchia ». Ciò che è stato vero indubbiamente sino a un secolo fa, quando la « base », per usare un termine di moda felicemente espressivo, godeva d'una certa indipendenza di fatto, ma che è molto meno vero oggi che la burocrazia della Chiesa non agisce più tanto sul temporale quanto sullo spirituale. È una verità storica indeclinabile quella che tutte le riforme sono state assunte dalla Curia soltanto dopo esser maturate alla periferia e spesso (come al tempo della Controriforma) con un ritardo fatale. Ma ieri potevano almeno nascere e degenerare persino per... troppa maturazione: oggi sono sorvegliate in vitro ancora allo stato embrionale e quasi sempre o avocate agli « organi competenti » (che le archiviano o le addomesticano) o radiate prima che possano destare preoccupazioni.

a) Op. cit.

Persino alcuni famosi laici condussero nell'800 la polemica contro lo stato temporale della Chiesa insinuando sottili argomenti in favore della sua necessaria e benefica spiritualizzazione. Ma nessuno forse, neppure dei più ostili alla Chiesa, previde di inferire in tal modo un colpo tanto grave alla sua nemica. Essi anzi si morsero dal dispetto vedendola uscire apparentemente ancor più forte e vigorosa dalla violenza spogliatrice che avevano abbattuto su di lei. Era troppo presto, infatti, perchè potessero assistere alle conseguenze della loro azio

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ne.it persecuzioni e i pesanti protezionismi collaborarono insieme, senza volerlo, a unirla e a cementarla sempre più. Osteggiato dai governi liberali e imbrigliato da quelli conservatori, l'episcopato, già ammaestrato dal salasso di sangue del Terrore e dalla cinica prepotenza napoleonica, abbandonò tutti i frondismi e rinunciò a tutti i « gallicanesimi » particolaristici e nazionalistici, cospirando sempre più decisamente verso Roma, divenuta più che mai, dopo l'oltraggio a Pio VII, non solo « segno di contraddizione » ma anche segnacolo di coalizione, quale unica patria superstite della Fede. L'entrata nella Città Eterna delle truppe italiane coronò l'opera stimolatrice creando il mito del papa martire e prigioniero. La prima risposta degli offesi fu il Concilio Vaticano e la ratifica del dogma dell'infallibilità pontificia, poi il culto idolatrico di Leone XIII, elargito in seguito anche a tutti i suoi successori. Sconfitta sul piano politico, ma sempre incrollabile nella sua sdegnata attesa di adeguati risarcimenti, la Curia romana si preparò insomma a stravincere su quello interno, più apparentemente spirituale, sicura che un rinsaldamento di tutta la sua compagine non avrebbe inancato, poco alla volta, di influire anche sul suo diminuito prestigio mondano. E dal '70 al '39, infatti, fu, per la Curia, tutto un periodo di febbrile lavoro d'accentramento e d'organizzazione dal settore teologico a quello liturgico, dal sociale al politico, dal giuridico al culturale; il periodo, cioè, delle encicliche leonine (dalla Rerum Novarum alla Divino afflante), delle dispotiche riforme del mite Pio X (docilmente succube al fiero Merry del

Val, sia nell'ostentato isolamento diplomua nassi che nella drastica reazione antimodernistica), del Codex Juris Canonici di Benedetto XV, e del pontificato diplomatico (il pontificato classico dei concordati), missionario (con le avanguardie missionarie all'estero e l'Azione Cattolica all'interno) e culturalmente mecenatizio (dalla riforma degli studi teologici alla fondazione dell'Accademia delle Scienze) di Pio XI. Sforzo senza dubbio notevolissimo, cui doveva porre il fastigio l'ambigua e sgusciante diplomazia dell'attuale Pontefice, detto... l'Angelico !

L'anno giubilare del mezzo Novecento toccò il culmine degli eccessi curiali in un'atmosfera di euforia che raramente nella storia della Chiesa ebbe momenti d'altrettanta illusa ed enfatica millantazione. Tuttavia il frastuono degli applausi non è riuscito a far tacere dalla « base » le voci sempre più numerose e persistenti, auspicanti fondamentali riforme e sostanziali revisionamenti. Il portato, infatti, della politica ecclesiastica interna di questo ultimo cinquantennio impostata eminentemente su principi del più vieto conservatorismo è stato sì un potenziamento della burocrazia vaticana con relative bonifiche periferiche, ma contemporaneamente un ristagno su posizioni superate, risultate sempre più insostenibili coll'evoluzione esterna della società. Ma sopratutto quella politica ha finito per fare della Chiesa una enorme macchina podagrosa troppo simile, nella sua raffinata complessità, a tutti i più solenni monumenti storici di cui lo studioso a un sol colpo d'occhio riconosce l'ormai inarrestabile fatiscenza. Forse, all'interno, pochi dei molti scontenti hanno il senso della gravissima

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