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L'ORGANISMO

Il problema della legittimità della Chiesa è, in fondo, un problema futile. Ma non tanto perchè la sua realtà fisica e la sua presenza ormai inscongiurabili lo rendono superfluo, quanto perchè è decisamente ingenuo pensare che l'apparizione di Cristo dovesse concludersi altrimenti che con l'instaurazione d'un movimento religioso il quale non si fossilizzasse ben presto in un organismo più o meno burocratico.

Gli ideali universalistici di cui già fermentava il mondo pagano prima dell'era cristiana e la cui prorompente espansione accompagnò stranamente il nascere e il diffondersi dalla Palestina del nuovo credo, non potevano ormai più essere trattenuti nelle vecchie forme organizzative che avevano sino allora ospitato e favorito il progresso del consorzio civile. In realtà, se la stessa idea universalista romana non si distingueva essenzialmente da quella di dominazione per conquista degli antichi imperi

e se il concetto della pax romana non era altro che la sublimazione e in un certo senso la giustificazione degli istinti di preda che avevano caratterizzato ogni popolo entrato nella luce della

orientali,

civiltà dapprima le esigenze immanenti alla concezione giuridica, che accompagnò e promosse l’espandersi della politica imperialistica – poi l'influenza dello stoicismo greco che era stato condotto dalla sua concezione panteistica dell'universo ad una valutazione più profonda della persona umana e alla comprensione, logicamente connessa, della parità essenziale tra persona e persona, al di là di ogni classificazione sociale nazionale o razzistica

e la spinta mistica operata dal neoplatonismo, finirono per mettere in crisi il vecchio sistema sta. tuale già minato del resto da altre forze e fattori sul terreno della sua stabilità economico-amministrativo-politica.

Lo stesso caos religioso del mondo antico, ridotto sotto l'impero a un pantheon politico di alleanze, senza più alcuna efficacia di suggestione sulle intelligenze scaltrite delle classi dirigenti, e denunciato nella sua ridicola inconsistenza, anche presso le masse, dalla sofferta serietà degli aneliti dei culti misteriosofici, attendeva l'audace rovesciatore di tutti i suoi idoli e l'instaurazione d'una fede veramente spirituale e universale.

Ma soprattutto lo stesso Cristo non poteva, nella sua straordinaria veggenza, non prevedere la Chiesa e, in un certo senso, non temerla. Anche se i Vangeli, sorti già dopo la costituzione di essa e anzi nel suo stesso ambito, gravano troppo in questo senso ed è ovvio – le preoccupazioni del Maestro, non c'è alcun dubbio che il miglior mezzo ch'egli avesse per difendersi dalla Chiesa era quello di fondarne lui stesso una, la meno esiziale possibile al suo messaggio. D'accordo « che il sen

so comune direbbe che degli entusiasti, che si riuniscono solo attraverso il loro comune entusiasmo per un capo che amavano, non si precipiterebbero a deliberare cose da lui odiate ». Nella soffitta della Pentecoste non fu infatti consumato nessun tradimento da parte dei Dodici contro il loro Maestro (sebbene sia proprio l'amore, in simili casi, a giocare i peggiori scherzi, e la storia d'ogni sodalizio sorto dalle ceneri d'un grande lo testimonia), ma ciò avvenne soltanto perchè Cristo stesso s'era impegnato, nei limiti del possibile anche Dio ha i suoi limiti: le libere volontà degli uomini !), a precedere i loro disegni.

Non c'è dubbio, insomma, che Cristo volle una Chiesa. Ma il dubbio più legittimo (e quale dubbio) incomincia proprio quando ci si chiede se è veramente questa la Chiesa da lui voluta. Niente di più facile, infatti, che gli uomini, anche meglio intenzionati e più zelanti in fedeltà, abbiano inconsciamente attraversato, paralizzato o fuorviato i suoi disegni. E a chi legge senza preconcetti i Vangeli tale dubbio finisce per imporsi come una certezza. La Chiesa nell'ideale di Cristo doveva sopratutto essere un'atmosfera spirituale di riconosciuta fratellanza umana sotto gli occhi del Padre celeste; un bisogno e insieme un'esperienza di comunione amorosa e religiosa del suo complesso; e naturalmente anche una comunità con le sue guide morali, le sue norme, i suoi riti, ma in una sconfinata latitudine di libertà e di originalità sotto il soffio dello Spirito Santo. E come la prima comunità dei figli di Dio aveva vissuto unita a Lui sotto l'aperto cielo di Palestina, fuori di qualunque norma statutaria, assolutamente estranea (e pur, nel viver civile, puntualmente sottomessa e cooperante alla legittima autorità) a compromessi profani, politici o d'altro tenore, così le successive avrebbero dovuto continuare a trovare in Lui e in Lui solo il perno vivente e la forza propulsiva per vigoreggiare ed espandersi.

C'è nell'odierna teologia, una sottile e feconda distinzione (agevolissima, naturalmente, a prestarsi ai cavilli e alle scappatoie) a proposito appunto della Chiesa : quella tra la sua « anima ) e il suo « corpo ». La prima sarebbe il suo elemento spirituale, svincolato, per così dire, da tutte le sue concretizzazioni e incrostazioni terrene; il secondo, invece, il complesso della sua armatura fisica, necessario per rendersi sensibile e distinguersi tra tutte le altre organizzazioni e società similari di quaggiù. Ebbene, una legge fatale alla Chiesa come a tutte le altre forme associative terrene ha fatto sì che il suo progresso materiale imponesse un sempre più oneroso e impacciante affardellamento alle sue spalle e ne disseccasse progressivamente ma inesorabilmente lo spirito in un burocratismo imponente certo, ma affatto evangelico.

Conosciamo già i motivi lirico-patetici che l'apologetica spicciola è pronta a manovrare contro questa nostra osservazione. Che la Chiesa, cioè, come nessun altro regno e impero, ha dalla sua duemila anni di storia; che è sopravissuta non solo alla guerra ma alla pace; non solo alle sue stesse debolezze, ma persino alle sue rese; ch'essa è più

e

che mai giovane nella sua virile maturità. Tutto ciò, in fondo, non fa difficoltà alla nostra osservazione. E, del resto, poteva accadere diversamente? Una religione non è un regime politico, legato, nei suoi successi come nelle sue crisi e nelle sue disfatte, a fattori temporali economici sentimentali, tutti estremamente mutevoli; una religione è ancorata alle aspirazioni e ai valori eterni e trascendenti, a quello cioè che è naturalmente superstite anche nei più rovinosi crolli delle civiltà terrene

a cui anzi, quand'essi si producono, l'uomo ancor più fanaticamente si abbarbica. E che così sia lo provano le età di tutte le religioni, tra cui il cristianesimo, e non è certo colpa sua, non ha senz'altro il primato della longevità massima.

E ammettiamo anche i ben più gravi pericoli interni delle eresie e degli scismi, corsi dalla Chiesa nella sua lunga storia. Chesterton ha scritto immaginificamente a proposito: « Quando la fede emerse nel mondo, come primissima cosa le capitò di esser presa in una specie di turbine di sette mistiche e metafisiche, principalmente orientali, come una sola ape dorata colta in uno sciame di vespe. Un comune osservatore poteva non trovarci gran differenza, niente più che un ronzio generale: e infatti non c'era differenza, in quanto riguardasse i pungiglioni e le punture. La differenza era questa: che solo l'insetto d'oro in tutta quella polvere roteante ebbe la forza di procedere e fare alveari per l'umanità, di dare al mondo il miele e la cera... » (“). Suggestivissimo paragone, ma a cui man

(1) Ne L'uomo eterno.

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