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far poi

Cortesia fè: nè la

potea
Che fu disceso a provar caldo, e gielo;
E del mortal sentiron gli occhi suoi.

SONETTO LVIII.

Si duole che Simone non abbia data voce, ed intelletto alla figura;

e dicé d'invidiar Piginalione, acciocchè non paresse di dolersi di cosa impossibile,

Quando giunse a Simon l' alto concetto

Ch'a mio nome gli pose in man lo stile,
S'avesse dato all' opera gentile

Con la figura voce, ed intelletto;
Di sospir molti mi sgombrava il petto:

Che ciò ch' altri han più caro, a me fan vile:
Però che 'n vista ella si mostra umile,

Promettendomi pace nell'aspetto.
Ma poi ch' i vengo a ragionar con lei;

* 1 Benignamente assai par che m'ascolte,

Se risponder faveffe a' detti miei.
Pigmalion, quanto lodar ti dei

Dell' immagine tua, se mille volte
N'avesti quel ch' r sol' una vorrei!

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Sal

SONETTO LIX. Argomenta che sia vicino a morte, nè possa più campare per aju

to, che gli fosse porto: cosi è mal trattato dal suo delio, da Amore, da suoi occhi, da Laura. al principio risponde il fine, e 'l mezzo Del quartodecim anno ch' io fospiro, Più non mi può scampar l'aura, nè 'l rezzo ;

Si crescer sento 'l mio ardente desiro.
Amor, con cui pensier mai non han mezzo,

Sotto 'l cui giogo giammai non refpiro;
Tal mi governa, ch' i' non fon già mezzo,

Per gli occhi, ch' al mio mal sì fpesto giro.
Cosi mancando vo di giorno in giorno,

Sì chiusamente, ch'i' fol me n'accorgo,

E quella che guardando il cor mi firugge.
Appena infin' a qui l'anima fcorgo;

Nè so quanto fia meco il suo soggiorno:
Che la morte s' appressa, e 'l viver fugge.

SESTINA IV. Mostra a coloro, che si sono abbandonati ad Amore, che fono in pericolo di perdere l' Anima, e che si debbano ritrarte.

Ad-
duce il suo efeinpio.
Chi

Chi è fermato di menar sua vita
Su per l' onde fallaci, e per li scogli

,
Scevro da morte con un picciol legno;

Non può molto lontan' effer dal fine: * Rezzo viene da Aureggo, e si prende per Ombra.

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** Separato.

Però farebbe da ritrarsi in porto,

Mentre al governo ancor crede la vela.
L'aura soave a cui governo, e vela

Commisi entrando all' amorosa vita,
E fperando venite a miglior porto;
Poi mi condusse in più di mille scogli:
E le cagion del mio doglioso fine

Non pur d' intorno avea, ma dentro al legno. Chiuso gran tempo in questo cieco legno,

Errai senza levar occhio alla vela,
Ch' anzi 'l mio di mi trasportava al fine:
Poi piacque a lui che mi produse in vita,
Chiamarmi tanto indietro dalli scogli,

Ch'almen da lunge m'apparifle il porto.
Come lume di notte in alcun porto

Vide mai d' alto mar nave, nè legno,
Se non gliel tolle o tempestate, o scogli;
Così di lu dalla gonfiata vela
Vid' io le 'nsegne di quell'altra vita:

Ed allor sospirai verso'l mio fine.
Non perch' io sia securo ancor del fine;

Che volenido col giorno effer a porto,
E' grani viaggio in cosi poca vita:
Poi temo, che mi veggio in fragil legno;
E più ch' i' non vorrei, piena la vela

Del vento che mi pinse in questi scogli.
S io esca vivo de' dubbiofi scogli,

Ed arrive il mio esilio ad un bel fine;
Ch' i' sarei vago di voltar la vela,
E l' ancore gittar in qualche porto;
Se non ch' i' ardo, come acceso legno;
Si m'è duro a laflar l' ufata vita.

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Signor della mia fine, e della vita,

Prima ch?i' fiacchi il legno tra li scogli,
Drizza a buon porto l' affannata vela.

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SONETTO LX. Questo Sonetto è preso dal Salmo LIV. Benchè là Davidde priega

che gli fieno prestate ali di Colomba per fuggire da’ Traditori nel Deserto; e qui il Poeta priega per aver ali da fuggirel Ave versario al Cielo dietro a Cristo. E' dunque della materia del

la precedente Seftina.
Lo fon si stanco fotto 'I fascio antico

Delle mie colpe, e dell' usanza ria;
Ch'i' temo forte di mancar tra via,

E di cader in man del mio nemico,
Ben venne a dilivrarmi un grande amico

Per somma, ed ineffabil cortesia:
Poi volò fuor della veduta mia,

Sì, ch'a mirarlo indarno m' affatico:
Ma la sua voce ancor quaggiù rimbomba:

O voi che travagliate, ecco il cammino:

Venite a me, se 'l passo altri non serra,
Qual grazia, qual amore, o qual destino

Mi darà penne in guisa di colomba;
Ch'i' mi ripoli, e levimi da terra?

SONETTO

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SONETTO LXI.

E' contento di seguire la ’mpresa amorosa, dove voglia lasciare la

crudeltà: altrimenti le minaccia d'abbandonarla. o non fu? ď' amar voi laffato unquanco, 1

Madonna, nè farò, mentre ch' io viva:
Ma d' odiar me medesmo giunto a riva, 1

E del continuo lagrimar-fo stanco.
E voglio anzi un sepolcro bello, e bianco;
Che 'l vostro nome a mio danno si scriva

> In alcun marmo, ove di spirto priva

Sia la mia carne, che può far seco anco. Però s' un cor pien d' amorosa fede

Può contentarvi senza farne strazio;

Piacciavi omai di questo aver mercede:
Se 'n altro modo cerca d'esser fazio

Vostro sdegno, erra; e non fia quel che crede:
Di che Amor, e me stesso assai ringrazio.

SONETTO LXII.

Parla della materia dell'ultimo Verso del Sonetto precedente. An

corachè non sia per liberarsi in tutto da Amore, mailimamente trovandoli in presenzia di Laura, primachè non sia vecchio, 1 nondimeno non è più per sentirne tormento. Or dipinge vas

gamente un amore leggiero, un grave in molte guise. Se bianche non son prima ambe le tempie,

Ch' a poco a poco par, che 'l tempo mischi;
Securo non farò, bench' io m'arrischi
Talor', ovo Amor l'arco tira, ed empie.

G

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