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Continuando l' amorose note;
Si possente è 'l voler che mi trasporta:
E la ragione è morta,
Che tenea 'l freno; e contrastar nol pote,
Moitrimi alıner, ch'io dica,
Amor', in guisa, che se mai percote
Gli orecchi della dolce mia nemica;

Non mia, ma di pietà la faccia amica,
Dico: Se ’n quella etate

Ch'al vero onor fur gli animi si accesi,
L'industria d' alquanti uomini s'avvolle
Per diversi paesi

,
Poggi, ed onde passando; 'e l' onorare
Cofe cercando, il più bel fior ne colse;'
Poi che Dio, e Natura, ed Amor volle
Locar compitamente ogni virtute
In quei be' lumi ond'io giojoso vivo;
Questo è quell' altro rivo
"Non conven ch' i trapaffe, e terra mute:
A lor sempre 'ricorro,
Come à fontana d'ogni mia falute;
E quando a morte defiando corro,
Sol di lor vista al mio stato soccorro,

Come a forza di venti

Stanco nocchier di notte alza la testa
A' duo lumi:c' ha sempre il nostro polo;
Così nella tempesta
Ch' i' softengo d'amor, gli occhi lucenti
Sono il mio segno, e 'l mio conforto solo.
Laffo, ma troppo è più quel ch' io ne ’nvolo
Or quinci, or quindi, com' Amor m' informa;

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Che quel che vien da grazioso dono:
E quel poco ch' i' sono,
Mi fa di loro una perpetua norma:
Poi ch' io li vidi in prima,
Senza lor'a ben far non mossi un' orma:
Così gli ho di me posti in fu la cima;

Che 'l mio valor per sè falfo s' estima.
I non poria giammai

Immaginar, non che narrar gli effetti
Che nel mio cor gli occhi soavi fanno,
Tutti gli altri diletçi
Di questa vita ho per minori affai;
E cutt altre bellezze indietro vanno,
Pace tranquilla senz'alcuno affanno,
Simile a quella che nel ciel eterna,
Move dal lor' innamorato riso.
Così vedess' io fiso,
Com Amor dolcemente gli governa,
Soľ un giorno da presso,
Senza volger giammai rota fuperna:
Nè penfalli d'altrui, nè di me ftello;

1 E'l batter gli occhi miei non fosse spello. Laslo, che desiando

Vo quel ch' esser non puore in alcun modo;
E vivo del delir fuor di speranza.
Solamente quel nodo
Ch’Amor circonda alla mia lingua, quando
L'umana vista il

troppo lume
avanza,

SI
Fosse disciolto; i prenderei baldanza
Di dir .parole in quel punto sì nove,
Che farian lagrimar chi le ’ntendesse.
Ma le ferite impresle.

FS

Volgon per forza il cor piagato altrove:
Ond' io divento. fmorto;
E'l sangue li nasconde i' non so dove;
Nè rimango qual era; e fommi accorto,

Che questo è 'l colpo di che Amor m'ha morto,
Canzone, i sento già flancar la penna

Del lungo, e dolce ragionar con lei;
Ma non di parlar meco i pensier miei.

SONETTO LIV.

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Fa due cose in questo Sonetto. Si maraviglia della moltitudine

de' suoi penfieri, de' sospiti, delle voci, de' paflige delle scritture fatte a cagione di Laura; e li fcusa, se grafandafle in

queste cose, ed offendelle Laura.
Lo fon già stanco di pensar, ficcome

I miei pensier' in voi stanchi non sono;
E come vita ancor non abbandono,

Per fuggir de' fofpir si gravi fome;
E come a dir del viso, e delle chiome,

E de begli occhi, ond' io sempre ragiono;
Non è mancata omai la lingua, e 'l fuong

Di, e notte chiamando il vostro nome;
E che piè miei non son fiaccati, e lali

A seguir l'orme vostre in ogni parte,

Perdendo inutilmente canti palli;
Ed onde vien l'inchiostro, onde le carte

Ch'i' vo empierida di voi: fe'n cið fallalli;
Colpa d' amor, non già difetto d' artę. . .

SSSSSS SONETTO LV. Conforta se medesimo a scrivere delle lodi degli occhi, riproyando

un timor che lo impediva, cioè che la fua lingua non n'era degna: concioffiacotachè non la lingua, ma il pentier farà bias

limato ; e si risolve in lode loro. I

begli occhi ond' i' fui percosso in guisa
Ch'e medesmi porian faldar la piaga;
E non già vertù di erbe, o d' arte maga,

O di pietra dal mar nostro divisa;
M'hanno la via si d'altro amor precisa,

Ch’ un fol dolce penfier l'anima appaga:
E fe la lingua di seguirlo è vaga;

La scorta può, non ella, esser derisa.
Questi fon que' begli occhi che l'imprese

Del mio Signor vittoriofe fanno

In ogni parte, e più fovra 'l mio fianco: Questi son que' begli occhi che mi stanno

Sempre nel cor con le faville accele;

Perch' io di lor parlando non mi stanco, **********************************

SONETTO Lvi. Se in persona fua fece questo Sonetto il Petrarca, è da dire che al

cuna volta aveva diliberato di lasciare d'amare, poscia Amor l'aveva indotto a ritornare; ora di nuovo delibera di lasciarlo. Escrive ad un suo amico lo fato peffimo, nel quale si ritruova in

guisa che, se lo vedelle, giudicherebbe, che costo avellę a morire, Amor cồn fue promesse lusingando

Mi ricondusle alla prigione antica;
E diè le chiavi a quella mia nemica
Ch' ancor me di me stesso tene in bando.

Non me n'avvidi, laffo, se non quando

Fu' in lor forza: ed or con gran fatica
(Chi 'l crederà, perchè giurando il dica?)

In libertà ritorno fofpirando.
E come vero prigionero afflitto,

Delle catene mie gran parte porto:

E’l cor negli occhi, e nella fronte ho scritto. Quando farai del mio colore accorto,

Dirai: S' i guardo, e giudico ben dritto;
Questi avea poco andare ad esser morto.

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Lode di Simone Sanese dipintore. Tutti i dipintori antichi non

vedrebbono la millesima parte delle bellezze, le quali tutte ha dipinte Simone; adunque Simone la fece non in questo Mon

do, ma in Cielo, dove più perfettamente si fanno l'opere. Per mirar Policleto a prova filo

Con gli altri ch' ebber fama di quell' arte,
Mill' anni, non vedrian la minor parte

Della beltà che m'ave il cor conquiso.
Ma certo il mio Simon fu in paradiso,

Onde questa gentil Donna fi parte:
Ivi la vide, e la ritrasse in carte,

Per far fede quaggiù del suo bel viso.
L'opra fu ben di quelle che nel cielo

Si ponno immaginar, non qui fra noi,
Ove le membra fanno all' alma velo,

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