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Oimè, perchè si rado
Mi date quel dond' io mai non son sazio?
Perchè non più fovente
Mirate, qual Amor di me fa strazio?
E perchè mi spogliate immantenente

Del ben, ch' ad ora ad or l'anima sente? Dico, ch' ad ora ad ora

(Voftra mercede) i sento in mezzo l'alna
Una dolcezza inusitata, e nova;
La qual' ogni altra falma
Di nojosi pensier disgombra allora
Sì, che di mille un sol vi si ritrova:
Quel tanto a me, non più, del viver giova:
E se questo mio ben durasse alquanto,
Nullo stato agguagliarse al mio potrebbe:
Ma forse altrui farebbe
Invido, e me superbo l'onor tanto:
Però, lasso, convienfi
Che l' estremo del riso affaglia il pianto;
E ’nterrompendo quelli spirti accensi,
A me ritorni, e di me iteflo penfi.

L' amoroso pensiero

Ch'alberga dentro, in voi mi si discopre
Tal, che mi trae del cor' ogni altra gioja:
Onde parole, ed opre
Efcon di me sì farte allor, ch' i' spero
Farmi immortal, perchè la carne moja.
Fugge al vostro apparire angoscia, e noja;
E nel vostro partir tornano inseme:
Ma perchè la memoria innamorata
Chiude lor poi l'entrata;

Di là non vanno dalle parti estreme:
Onde s' alcun bel frutto
Nasce di me; da voi vien prima il feme:
Io per me fon quasi un terreno asciutto

Colto da voi, e 'l pregio è vostro in tutto,
Canzon, tu non m'acqueti, anzi m'infiammi

A dir di quel ch'a me stesso m' invola :
Però sia certa di non esser sola.

CANZONE 1 X. Due cose principalmente intende di dimostrare in questa Canzone;

luna che egli s innalzava, veggendo gli occhi di Laura, al Cielo; l'altra, che si mette a Audiare. Ma perchè non s'innalzerebbe al Cielo, se non fosser di divina bellezza, primieramente gli commenda di bellezza; nè fi metterebbe a ftudiare, se non fosse il desiderio di vedergli e per la utilità, e per la gioja, che ne prende, veggendogli: secondamente gli

commenda d'utilità, che porgono altrui. Gentil mia Donna, i veggio

Nel mover de' vostr' occhi un dolce lume,
Che mi mostra la via ch' al ciel conduce;
E per lungo costume
Dentro là dove fol con Amor seggio,
Quasi visibilmente il cor traluce.
Quest' è la vista ch'a ben far m'induce,
E che mi scorge al gloriofo fine:
Questa fola dal Vulgo m' allontana:
Nè giammai lingua umana
Contar poria quel che le due divine
Luci sentir mi fanno:
E quando 'l verno sparge le pruine,

E quando poi ringiovenisce l'anno,

Qual era al tempo del mio primo affanno, Io penso: Se lafluso,

Onde 'l Motor' eterno delle stelle
Degnò mostrar del suo lavoro in terra,
Son l' altr' opre sì belle;
Aprasi la prigion' ov' io son chiuso,
E che 'l cammino a tal vita mi serra.
Poi mi rivolgo alla mia usata guerra
Ringraziando Natura, e 'l dì ch' io nacqui;
Che reservato m' hanno a tanto bene;
E lei ch'a tanta fpene
Alzò 'l mio cor; che ʼnsin' allor' io giacqui
A me nojoso, e grave:
Da quel dì innanzi a me medesmo piacqui
Empiendo d' un pensier' alto, e foave

Quel core ond' hanno i begli occhi la chiave. Nè mai stato giojoso

Amor', o la volubile Fortuna
Dieder' a chi più fur nel mondo amici;
Ch' i' nol cangiasli ad una
Rivolta d occhi: ond' ogni mio riposo
Vien, com' ogni arbor vien da fue radici.
Vaghe faville, angeliche, beatrici
Della mia vita; ove 'l piacer s'accende
Che dolcemente mi consuma, e strugge;
Come sparisce, e fugge
Ogni altro lume dove 'l vostro fplende,
Così dello mio core,
Quando tanta dolcezza in lui discende,
Ogni altra cofa, ogni pensier va fore;
E fol' ivi con voi rimansi Amore,

Quanta dolcezza' unquanco

Fu in cor d'avventurosi amanti; accolta
Tutta in un loco, a quel ch'i' sento, è nulla;
Quando voi alcuna volta
Soavemente tra 'l bel nero, e 'l bianco
Volgere il lume in cui Amor fi trastulla:
E credo, dalle fasce, e dalla culla
Al mio imperfetto, alla fortuna avversa
Questo rimedio provvedesse il cielo.
Torto mi face il velo,
E la man, che si spesso s' attraversa
Fra 'l mio sommo diletto,
E gli occhi;, onde dì, e notte si rinversa
Il gran delio, per isfogar il petto,

Che forma tien dal variato aspetto.
Perch' io veggio (e mi spiace)

Che natural mia dote a me non vale,
Nè mi fa degno d'un si caro sguardo;
Sforzomi d'esser tale,
Qual' all' alta speranza fi conface,
Ed al foco gentil ond' io tuce' ardo.
S' al ben veloce, ed al contrario tardo,
Difpregiator di quanto 'l mondo brama,
Per follicito ftudio posso farme;
Potrebbe forfe aitarme
Nel benigno giudicio una tal fama,
Cerro il fin de' miei pianti;
Che non altronde il cor doglioso chiama;
Vien da' begli occhi al fin dolce tremanti,

Ultima fpeme de' cortesi amanti.
Canzon, l' una sorella è poco innanzi;

E l'altra sento in quel medesmo albergo
Apparecchiarfi: ond' io più carta vergo.

ya

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CANZONE X.

Dice che è sforzato a scrivere degli occhi; chiama Amore in foc

corso si di scrivere bene, si di non infiammarsi co’Versi ftefli di troppa dolcezza: perchè i Versi ora non lo sfogano, ma lo infiammano. Domanda tre cose ad Amore; che i Versi agguaglino il desio; che i Versi non lo 'nfiammino, ma lo temprino di dolcezza, e prende qui argomento della sua usanza, e della sua speranza; e che i suoi Versi fieno atsi a piegare

Laura a compaflione. Poi oi che

per mio destino A dir mi sforza quell

' accefa voglia Che m'ha sforzato a fofpirar mai sempre; Amor, ch'a ciò m' invoglia, Sia la mia scorta, e 'nsegnim' il cammino; E col desio le mie rime contempre: Ma non in guisa, che lo cor fi stempre Di soverchia dolcezza; com' io temo Per quel ch' i' sento ov'occhio altrui non giugne Che 1 dir m'infiamma, 'e pugne; Nè per mio ingegno (ond' io pavento, e tremo) Siccome talor sole, Trovo 'l gran foco della mente scemo: Anzi mi struggo al suon delle parole

Pur, com' io fossi un'uom di ghiaccio al Sole. Nel cominciar credia

Trovar parlando al mio ardente desire
Qualche breve riposo, e qualche tregua.
Questa fperanza ardire
Mi porse a ragionar quel ch' i' fentia:
Or m' abbandona al tempo, e fi dilegua.
Ma pur conven che l' alia impresa fegua,

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