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Ma novamente (ond' io mi maraviglio)

Dirol come persona a cui ne calse;
E che 'l notai là sopra l' acque false

Tra la riva Toscana, e l' Elba, e 'l Giglio. l' fuggia le tue mani, e per cammino

Agitandom' i venti, e 'l cielo, e l' onde

Mandava sconosciuto, e pellegrino;
Quand' ecco i tuoi ministri (i' non so donde:)

Per darmi a diveder,' ch'al suo destino
Mal chi contrasta, e mal chi si nasconde.

CANZONE VII. s'accorgeva il Petrarca che lo scrivere cose di dolore rincrefceva a

Laura, onde aveva domandato ad Amore, che facefie in guisa, che potefle (crivere cose d'allegrezza: ma non avendolo potuto ancora ottenere, dubita nella prima Stanza, se debba lasciare di pregare, e conchiude pure di ripregarlo. Nella seconda moAtra che sarebbe omai tempo di scrivere cose liete, e che grande felicità sarebbe la sua, se piacesse il suo scrivere a Laura, e maggiore se ella lo pregasse che 1crivelse. Nella terza dice che ciò non può essere, perchè il Cielo non vuole. Laonde vuole seguire il suo scrivere di cose di dolore. Nella quarta riprende quello, che aveva detto, che il Cielo non vuole. E nella quin

ta dice che la colpa è pur sua, e non di Laura, o del Tempo. Lallo me, ch'i' non fo in qual parte pieghi

La fpeme, ch'è tradita omai più volte:
Che se non è chi con pierà m'ascolte;
Perchè fparger al ciel sì fpefli preghi?
Ma s'egli avvien ch' ancor non mi si nieghi
Finir: anzi il mio fine
Queste voci meschine;
Non gravi al mio Signor, perch'io I ripreghi

Di dir libero un dì tra l'erba, e i fiori,

Drep & raison es qui eu ciant emdemori. * * Questo è il principio d' una Canzone d'Arnaldo Daniello, fe

condo che afferma il Beinbo, e viene a dire: Dritio e

ragione è che io canti, e mi trajtulli. Ragion' è ben, ch' alcuna volta i canti:

Però. c'ho sospirato sì gran tempo;
Che mai non incomincio assai per tempo
Per adeguar col riso i dolor tanti.
E s'io poteffi far ch'a gli occhi fanti
Porgeffe alcun diletto
Qualche dolce mio detto;
O me beato sopra gli altri amanti!
Ma più, quand io dirò fenza mentire:

Donna mi prega ; per ch' io voglio dire. *
* Questo è il principio d'una Canzone di Guido Cavalcanti.
Vaghi pensier, che così passo passo

Scorto m' avete a ragionar tant' alto;
Vedete, che Madonna ha 'l cor di smalto
Si forte, ch'io per me dentro nol passo:
Ella non degna di mirar sì basso,
Che di nostre parole.
Curi; che 'l Ciel non vole;
Al qual pur contrastando i' son già laffo:
Onde, come nel cor m'induro, e ’nnaspro;

Cosi nel mio parlar voglio esser afpro.
* Questo è il principio d' una Canzone di Dante.
Che parlo? o dove sono? e chi m'inganna

Altri, ch' io stesso, e'l desiar soverchio?
Già, s' i' trascorro il ciel di cerchio in cerchio,
Nessun pianeta a pianger mi condanna.
Se mortal velo il mio veder' appanna,
Che colpa è delle stelle,

t

o delle cose belle?
Meco ti sta chi dì, e notte m'affanna,
Poi che del suo piacer mi fè gir grave

La dolce vista, e'l bel guardo soave. * * Principio della Canzone di M. Cino da Piftoja. Tutte le cose di che 'l mondo è adorno,

Ulcir buone di man del Maltro eterno:
Ma me, che così addentro non discerno,
Abbaglia il bel che mi si mostra intorno:
E s'al vero fplendor giammai ritorno;
L'occhio non può star fermo;
Così l'ha fatto infermo
Pur la sua propria colpa, e non quel giorno
Ch'i' volfi inver l' angelica beltade

Nel dolce tempo della prima etade. * * Questo è il principio della sua Canzone. E coši moftra che

nella lingua non riputaffe altri Poeti, che questi. ***

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CANZONE VIII. Delibera il Poeta di scrivere degli occhi di Laura; perciocchè

n'era ritratto dalla necessità di scrivere, per palesar la doglia sua' a Laura, ed averne soccorso. E dice che non s'indugia più a scrivere degli occhi, perciocchè per la brevità della vita, gli potrebbe mancare il tempo, e maslımamente ritraendosi da questa impresa lo ’ngegno: e che non fa bisogno'di palesar sua doglia. Laonde egli volge lo stile dalle doglie agli occhi, il quale, contuttochè debole, diviene gagliardo per lo piacere, che prende in iscrivere di lei, e per lo foggetto che rien cerca

qualità di valore. Perchè la vita è breve,

E l'ingegno paventa all' alta impresa;
Nè di lui, nè di lei molto mi fido;
Ma fpero che sia intesa
Là dov' io bramo, e là dov' eller deve,

La

La doglia mia, la qual tacendo i' grido;
Occhi leggiadri, dov' Amor fa nido,
A voi rivolgo il mio debile stile
Pigro da sè; ma 'l gran piacer lo {prona:
E chi di voi ragiona,
Tien dal fuggetto un'abito gentile;
Che con l' ale amorose
Levando, il parte d'ogni penfier vile:
Con queste alzato vengo a dire or cose

C'ho porrate nel cor gran tempo ascose.
Non perch' io non m'avveggia'

Quanto mia laude è ingiuriofà a voi:
Ma contrastar non pollo al gran delio;
Lo quale è in me dapoi
Ch'i' vidi quel che pensier non pareggia;
Non che l' agguagli altrui parlar, o mio.
Principio del mio dolce stato rio,
Altri che voi, so ben, che non m’intende,
Quando a gli ardenti rai neve divegno;
Vostro gentile sdegno
Forse ch" allor mia indegnitate offende.
0, se questa temenza
Non temprasle l' arsura che m'incende;
Beato venir men! che 'n lor presenza

M' è più caro il morir, che 'l viver fenza.
Dunque ch' i' non mi sfaccia,

Si frale oggetto a si possente foco;
Non è proprio valor che me ne scampi:
Ma la paura un poco;
Che 'l fangue vago per le vene agghiaccia;
Risalda ’í cor perchè più tempo avvampi.
poggi, o valli, o fiumi, o felve, o campi,

F

O testimon della mia grave vita,
Quante volte m'udiste chiamar Morte?
Ahi dolorosa forte!
Lo star mi firugge, e 'l fuggir non m'aita.
Ma; fe maggior paura
Non m'affrenaffe; via corta, e spedita-
Trarrebbe a fin quest' aspra pena, e dura;

E la colpa è di tal, che non ha cura.
Dolor, perchè mi meni

Fuor di cammin' a dir quel ch' i' non voglio?
Sostien ch' io vada ove 'l piacer mi spigne,
Già di voi non mi doglio,
Occhi fopra 'l mortal corfo fereni,
Nè di lui ch'a tal nodo mi distrigne.
Vedete ben, quanti color dipigne
Amor sovente in mezzo del mio volto;
E potrete pensar, qual dentro fammi,
've di, e notte ftammi
Addosso col poder c'ha in voi raccolto,
Luci beate, e liete;
Se non che 'l veder voi stesse v' è tolto:
Ma quante volte a me vi rivolgete,

Conoscete in altrui quel che voi siete.
Sa voi foffe sì nota

La divina incredibile bellezza
Di ch' io ragiono, come a chi la mira;
Misurata allegrezza
Non, avria 'l cor: però forse è remota
Dal vigor natural che v' apre, e gira.
Felice 1' alma che per voi sospira,
Lumi del ciel; per li quali io ringrazio
La vita, che per altro non m' è a grado.

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