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SONETTO XLV.

1 presente Sonetto ha più bisogno d'Indovino, che di Sponitore.

Par che il Petrarca mándasle a donare un'Origliere, un Forzieretto, ed una Coppa ad un suo Signore che fosse stato innamoraco, confortandolo a lasciare l' Amore. E si trasforma in Medico, comandando che l'Infermo primieramente si ponga in letto, e riposi ful Guanciale la guancia. Poi, che tolga via la cagione del inale, rinchiudendola quafi nel Forzieretto; e così, quafi come con dieta, non lasciando correr più materia l'allottiglia. Ultimamente con la Coppa gli vuol dar la Medicina, con la quale tragga via ogni corrotto umore. Domanda in guiderdone, che per cotale opera coniervi appo se la memoria di lui in guisa, che per Morte, non che per altro, non poffa ef

serne cacciato.
La guancia, che fu già piangendo stanca,

Riposate fu l'un, fignor mio caro;
E liate omai di voi stesso più avaro

A quel crudel che suoi seguaci imbianca:
Con l' altro richiudețe da man manca

La strado a' mesli suoi, ch' indi paffaro,
Mostrandovi un d' Agosto, e di Gennaro;

Perch'alla lunga via tempo ne manca:
E col terzo bevete , un suco d' erba;

Che purghe ogni pensier che 'l cor' afflige;

Dolce alla fine, e nel principio acerba:
Me riponete ove 'l piacer si serba,

Tal, ch' i' non tema del nocchier di Stige;
Se la preghiera mia non è superba.

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BALLATA VI.

Quello, che dice brevemente ne' primi tre Versi, distende negli

altri. Promette d'amar sempre, ancorachè gli si nasconda la

cagione del suo Amore, che furono i Capelli, e gli Occhi. Perchè quel che mi trafle ad amar prima,

Altrui colpa mi toglia;

Del mio fermo voler già non mi fvoglia.
Tra le chiome dell' or nascose il laccio

Al qual mi strinse, Amore;
E da' begli occhi mosse il freddo ghiaccio,
Che mi passò nel core
Con la vertù d'un fubito splendore,
Che d'ogni altra sua voglia

Sol rimembrando ancor anima spoglia,
Tolta m'è poi di que' biondi capelli

,
Laffo, la dolce vista;
E'l volger di duo lumi onesti, e belli
Col suo fuggir m'attrista:
Ma perchè ben morendo onor s'acquista;
Per morte, nè per doglia
Non vo, che da tal nodo Amor mi scioglia.

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SONETTO XLVI. Minaccia a Laura, se non muta natura ; e la minaccia è di tal for

te, che gli Amanti, li quali da' primi versi avevano presa speranza,

che il Petrarca dovelle riuscire buon Poeta, la maladirieno. L'Arbor gentil che forte amai molt anni;

Mentre i bei rami non m'ebber' a sdegno,
Fiqrir faceva il mio debile ingegno

Alla sua ombra, e crescer negli affanni.
Poi che, securo me di tali inganni,

Fece di dolce sè spietato legno;
I'rivolli i pensier tutti ad un segno,

Che parlan fernpre de' lor tristi danni.
Che porà dir chi per Amor fofpira;

Salora speranza le mie rime nove

Gli åveffer data, e per costei la perde?
Nè Poeta ne colga mai; nè Giove in ģ"

La privilegi; ed al Sol venga in ira.
Tal, che li secchi ogni sua foglia verde.

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SONETTO XLVII. Priegabere 'alle tagioni

hi det fud an

fuo Amore; all Amore; e agli'effetti. Cagioni sono tempo, luogo, gli occhi di Laura, e gli sguardi. L’Amore sono le ferite. Effetti sono le voci, i sospiri, il desio, le carte, e'l pensiero... Cosi moftra allegrezza, e appagamen

to del suo Amore.
Benedetto fia '1 giorno, e 'l mese, e l'anno,

E la stagione, e 'l tempoo, e l' ora, e 'l punto,
E'l bel paese, e 'l loco ov’io fui giunto
Da duo begli occhi, che legato m' hanno.

E benedetto il primo dolce affanno

Ch' i' ebbi ad esser' con Amor congiunto;
E l'arco, e le faette ond' i' fui punto;

1 E le piaghe ch' infin' al cor mi vanno. Benedette le voci tante ch'io

Chiamando il nome di mia Donna ho sparte;

E i fospiri, e le lagrime, e 'l delio,
E benedette sian tutte le carte

Ov? jo fama le acquisto; e'l pensier mio,
Ch'è fol di lei, ficch'altra non v' ha parte,

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SONETTO XLVIII.

Dopo l' undecimo anno del suo Amore priega Dio, che voglia ri

volgerlo a miglior luogo, acciocchè il Diavolo non abbia di lui vittoria; e dice questo in generale negli otto primi Versi. Poi ne' sei seguenti discende al particolare, dicendo la quantità degli anni, la qualità del fao male, e qual lia' questo mix

gliore luogo, dove voglia essere rivolto...) i Pa adre del Ciel, dopo i perduti giorni, Dopo le notti vaneggiando spese Con quel fero desio ch'al cor s'accele

Mirando gli atti per mio mal sì adorni;
Piacciati omai, col tuo lume ch'io torni - 31A

Ad altra vita; ed a più belle imprese;. !
Si, ch) avendo le reti indarng tele,

Il mio duro avversario se ne scorni.
Or volge, Signor mio, l' undecim'anno

Ch'i' fui fommesso al dispietato giogo;
Che sopra i più soggetti è più feroce.

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Riduci i pensier vaghi a miglior luogo:

Rammenta lor, com' oggi fosti in Croce. 000000000000000000000000

- BALL AT A VII. Dice da Laura con gli occhi, e con un saluto essere stato ritor

nato da morte a vita, e conchiude che ella ha in mano la Vita, e la Morte: e la ringrazia non solainente della Vita, ma della Morte ancora, quando le piaccia di dargliele. L'artifizio è, che gli occhi riguardano il colore, coine suo oggetio ;, e il Saluto riguarda la salvezza della Vita; e il Suon

del saluto riguarda il destamento.
Volgendo gli occhi.al mio novo colore,

Che fa di morte rimembrar la gente,
Pietà vi mofle: onde benignamente

Salutando teneste in vita il core.
La frale vita ch'ancor meco alberga,

Fu de' begli occhi vostri aperco dono,
E della voce angelica foave.
Da lor conosco l' effer' ov' io sono:
Che, come suol pigro animal per verga,
Così destaro in me l' anima grave.
Del mio cor, Donna, l' una e l' altra chiave
Avere in mano: e di ciò font contento,
Presto di navigár a ciascun vento:
Ch' ogni cosa da voi m'è dolce onore,

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