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Ma perch'io temo, che farebbe un varco

Di pianto in pianto, e d'una in altra guerra ;
Di quà dal passo ancor che mi fi ferra,

Mezzo rimango laffo, e mezzo il varco.
Tempo ben fora omai d' avere spinto

L'ultimo ftral la dispierata corda

Nell' altrui sangue già bagnato, e tinto: Ed io ne prego Amore, e quella forda

Che mi lassò de' suoi color dipinto;

E di chiamarmi a sè non le ricorda, 00000000*3000******00

CANZONE IV. Era lontano il Poeta da Laura, e la materia di questa Canzone

è di dolerfi a effer lontano dalla cosa amata. Si è debile il filo a cui s'attene

La gravosa mia vita,
Che, s' altri non l' aita,
Ella fia tosto di fuo corso a riva:
Però che dopo l'empia dipartita
Che dal dolce mio bene
Feci, toľ una spene
E' stato infin' a qui cagion ch' io viva,
Dicendo, Perchè priva
Sia dell' amata vista;
Mantienti, anima trista:
Che fai, s'a miglior tempo anco ritorni,
Ed a più lieti giorni?
O se'l perduto ben mai fi racquista?
Questa speranza mi foftenne un tempo:
Or vien mancando, e troppo in lei m'atrempo.

Il tempo passa, e l'ore fon si

pronte
A fornir il viaggio,
Ch'affai spazio non aggio
Pur'a penfar, com' io corro alla morte,
Appena spunta in Oriente un raggio
Di Sol; ch' all' altro monte
Dell'avverso orizzonte
Giunto 'l vedrai per vie lunghe, e distorte.
Le vite fon si corte,
Si gravi i corpi, e frali
Degli uomini mortali;
Che quand' io mi ritrovo dal bel viso
Cotanto esser divifo,
Col desio non poflendo mover l'ali;
Poco m'avanza del conforto usato:

Nè fo quant' io mi viva in questo stato.
Ogni loco m'attrista ovio non veggio.

Que' begli occhi foavi
Che portaron le chiavi
De' miei dolci pensier mentr'a Dio piacque:
E perchè 'l duro esilio più m'aggravi;
S'io dormo, o vado, o o seggio;
Altro giammai non chieggio;
E ciò ch'i' vidi dopo lor, mi spiacque.
Quante montagne, ed acque,
Quanto mar, quanti fiumi
M'ascondon que' dud lumi
Che quasi un bel fereno a mezzo ?l die's
Fer le tenebre mie,
Acciò che 'l rimembrar più mi confumi;
E quant' era mia vita allor giojosa, i
M'insegni la prefente aspra, e nojofas :

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Laffo, fe ragionando fi rinfresca

Quell' ardente delio
Che nacque il giorno ch' io
Laslai di me la miglior parte addietro;
E s Amor se ne va per lungo obblio;
Chi mi conduce all' esca.,

Y
Onde 'l mio dolor crefca?

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E perchè, pria tâcendo non mi impetro?)
Certo cristallo, o vetro 49
Non mostrò mai di fores in
Nascosto altro colore;
Che l' alma feonfolata affai non moftri
Più chiari i pensier noftri,
E la fera dolcezza ch'è nel core;
Per gli occhi, che di sempre pianger vaghi

Cercan di, e noite pur chi glien' appaghi. Novo piacer; che negli umani ingegni

Spesse volte si trova;.
D' amar, qual cosa nova
Più folta schiera di sospiri accoglia!
Ed io son'un di quei che 'l pianger giova:
E par ben, ch' io in'ingegni
Che di lagrime pregni
Sien gli occhi miei, ficcome 'l cor di dogha:
E perche a ciò m'invoglia i
Ragionar de’ begli: occhi;
(Nè cosa è che mi tocchi, ..

sentir mi li faccia cosi addentro)
Corro spesso, e' rientro
Colà donde più largo il duol trabocchi,
E fien col cor punite ambe le luci,
Ch' alla strada d' Ainor ii furon duci.

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Le treccie d'or, che devrien far il Sole

D'invidia molta ir pieno;
E' bel guardo sereno;
Ove i raggi d'Amor si caldi fono,
Che mi fanno anzi tempo venir meno;
E l'accorte parole
Rade nel mondo, o fole,
Che mi fer già di sè cortese dono,
Mi fon tolte: e perdono
Più lieve ogni altra offesa,
Che l' eslermi contesa .
Quella benigna angelica salute
Che 'l mio cor' a virtute
Destar folea con una voglia accefa:
Tal, ch' io non penso udir cofa giammai,

Che mi conforte ad alţro ch' a trar guai. E per pianger ancor con più diletto;

Le man bianche sottili,
E le braccia gentili,
E gli atti suoi foavemente alteri,

E i dolci sdegni alteramente umili, · E'l bel giovenil petto

Torre d' alto intelletto, : Mi celan questi luoghi alpestri, e feri: E non so s' io mi speri Vederla anzi ch' io mora: Però ch' ad ora ad ora Serge la fpeme, e poi non fa star ferma; Ma ricadendo afferma Di mai non veder lei che 'l ciel' onora; Ove alberga Onestate, e Cortelia, E dov' io prego, che 'l mio albergo fias

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Carzon, sal dolce loco

La Donna nostra vedi;
Credo ben, che tu credi
Ch'ella ti porgerà la bella mano,
Ond' io son si lontano.
Non la toccar: ma reverente a' piedi
Le di, ch'io farò- là tosto ch' io poffa,
O fpirto ignudo, od uom di carne, e d'offa.

sed SONETTO XXX. Ad Orso ferive, dolendosi d'un velo, del chinar gli occhi, e

della mano di Laura, che gl' impediscano la vista degli occhi

più che non fanno altri inpedimenti.
Orro, e' non furon mai fiumi, nè stagni,

Ne mare, ovo ogni rivo fi disgombra;
Nè-di muro, o di poggio, o di ramo ombra;

Nè nebbia, che 'l ciel copra, e 'l mondo bagnis Nè altro impedimento, ond' io mi lagni;

Qualunque più l' umana vista ingombra;
Quanto d'un vel, che due begli occhi adombra;

E par che dica:. Or ti consuma, e piagni.
E quel lor inchinar, che ogni mia gioja

Spegne, o per umiltate, o per orgoglio;

Cagion farà che 'nnanzi tempo i moja:
É d' una bianca mano anco mi doglio;

Ch’è stata sempre accorta a farmį noja,
E contra gli occhi miei s'è fatta scoglio.

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