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Trovommi Amor del tutto difarmato,

Ed aperta la via per gli occhi al core;

Che di lagrime son fatti uscio, e varco. Però, al mio parer, non li fu onore

Ferir me di faetra in quello stato,
E a voi armata non mostrar

pur

ľ arco.

SONETTO IV.

Quel

uel ch' infinita provvidenza, ed arte
Mostrò nel suo mirabil magistero:
Che criò questo, e quell' altro emispero,

É mansueto più Giove, che Martes
Venendo in terra a illuminár le carte,

Ch' avean molt' anni già celato il vero,
Tolle Giovanni dalla rete, e Piero,

E nel regno del Ciel fece lor parte.
Di sè, nascendo, a Roma non fè grazia,

A Giudea și: tanto sovr' ogni stato

Umiltate esaltar sempre gli piacque:
Ed or di picciol borgo un Sol n’ha dato

Tal, "che natura, e 'l luogo fi ringrazia
Onde sì bella Donna al mondo nacque.

SONETTO V.

Commendazione dal Nome per le fillabe divise, contuttoche fo

prabbondi : T. LAU, RE. TTA.

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a

uand' io movo i sospiri a chiamar voi,
E 'l nome che nel cor mi scrisse Amore;
LAU dando s'incomincia udir di fore

Il suon de' primi dolci accenti suoi.
Vostro stato Real, che 'ncontro poi,

Raddoppia all' alta impresa il mio valore:
Ma, T Aci, grida il fin: che farle onore

E' d' alor' omeri soma, che da' tuoi.
Così LAU dare, e RE verire insegna

La voce stessa, pur ch' altri vi chiami,

o d'ogni reverenza, e d'onor degna: Se non che forse Apollo fi disdegna,

Ch'a parlar de' suoi sempre verdi rami
Lingua mortal presuntuosa vegna.

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SONETTO VI. Conforto a lasciar l'amor di Laura, si perchè ella non ama

lui, si perchè, se ancora l'amalle, più di male, che di

bene coglierebbe di questo amore. Si traviato è 'I folle mio desio

A seguitar costei, che 'n fuga è volta,
E de lacci d' Amor leggiera, e sciolta

Vola dinanzi al lento correr mio:
Che quanto richiamando più l'envio

Per la secura strada, men m' ascolta:
Nè mi vale spronarlo, o darli volta;

Ch' Amor per sua natura il fa restio.
E poi che 'l fren per forza a sè raccoglie,

I'mi rimango in fignoria di lui,

Che mal mio grado a morte mi trasporta,
Sol per venir al Lauro onde fi coglie

Acerbo frutto, che le piaghe altrui,
Guftando, affligge più, che non conforta.

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SONETTO VII. Conforta un amico a seguitare la virtù ; ed a guisa di Satirico

fgrida contra gli uomini mondani.
La gola, e 'l sonno, e l' oziose piume

Hanno del mondo ogni virtù sbandita,
Ond' è dal corso suo quasi smarrita

Nostra natura vinta dal costume:
Ed è sì spento ogni benigno lume

Del ciel, per cui s' informa umana vita;
Che
per

cofà mirabile s' addita
Chi vuol far d' Elicona nascer fiume,
Qual vaghezza di Lauro? qual di Mirto?

Povera, e nuda vai, Filosofia,

Dice la turba al vil guadagno intesa.
Pochi compagni avrai per l'altra via;

Tanto ti prego più, gentile fpirto,
Non laffar la magnanima tua impresa.

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SONETTO VIII.

Presente significativo dello stato del Petrarca. Due Fiere prefe

nel luogo, ove nacque Laura, mandate dal Petrarca a donare, parlano.

Apie de' colli ove la bella vesta

Prese delle terrene membra pria
La Donna che colui ch'a te ne 'nvia,

Spesso dal sonno lagrimando desta.
Libere in pace passavam per questa

Vita mortal, ch' ogni animal desia,
Senza sospetto di trovar fra via

Cosa ch' al nostr' andar foffe molesta,
Ma del misero stato ove noi femo

wa Condotte dalla vita altra serena,

Un sol conforto, e della morte, avemo:
Che vendetta è di lui ch' a ciò ne mena;

Lo qual' in forza altrui, presso all' estremo
Riman legato con maggior catena,

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