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Mai questa mortal vita a me non piacque

(Saflel' Amor, con cui spello ne parlo)
Se non per lei; che fu 'l luo lume, e'l mio.
Poi che'n terra morendo, al Ciel rinacque
Quello spicco ond' io villi; a seguitarlo,
Licito foffe, è'l mio fommo desio.
Ma da dolermi ho ben sempre, perch'io
Fui mal' accorto a provveder mio ftato;
Ch' Amor moftrommi sotto quel bel ciglio
Per darmi altro consiglio:
Che tal mori già tristo, e sconsolato,
Cui

росо innanzi era 'l morir beato. Negli occhi ov'abitar folea 'l mio core,

Fin che mia dura forte invidia n'ebbe,
Che di sì ricco albergo il pose in bando;
Di sua man propria avea descritto Amore
Con lettre di pietà quel ch'avverrebbe
Tosto del mio sì lungo ir defiando.
Bello, e dolce morire era allor quando
Morend'io, non moria mia vita infieme;
Anzi vivea di me l'ottima parte.
Or mie speranze fparte
Ha Morte; e poca terra il mio ben preme;

E vivo, e mai nol penso ch' i' non treme,
Se stato fosse il mio poco intelletto

Meco al bisogno; e non altra vaghezza
L'avesse desviando altrove volto;
Nella fronte a Madonna avrei ben letto;
Al fin se giunto d'ogni tua dolcezza,
Ed al principio del tuo amaro molto.
Questo intendendo, dolcemente sciolto
In sua presenza del mortal mio velo,

E di questa nojosa, e grave carne,
Potea innanzi lei andarne
A veder preparar sua sedia in Cielo:

Or l'andrò dietro omai con altro pelo.
Canzon, s'uom trovi in fuo amor viver quero,

Di: Muor mentre se' lieto:
Che Morte al tempo è non duol, ma refugio: ;
E chi ben può morir, non cerchi indugio.

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SESTINA I.
Accresce la’nfelicità della presente sua miseria col paragonarla con

la passata felicità; e delidera di morire per ufcirne.
Mia benigna fortuna, e’l viver liero,

I chiari giorni, e le tranquille notti,
E i foavi fofpiri, e'l dolce ftile
Che folea risonar in versi, e'n rime;
Volti fubitamente in doglia, e'n pianto

Odiar vita mi fanno, e bramar morte.
Crudele, acerba, inesorabil Morte,

Cagion mi dai di mai non esser lieto,
Ma di menar tutta mia vita in pianto,
E i giorni oscuri, e le dogliose notti.
I miei gravi fofpir non vanno in rime;

E'l mio duro martír vince ogni ftile,
Ov'è condotto il mio amoroso stile !

A parlar d'ira, a ragionar di morte.
U’sono i verfi, u'son giunte le rime;
Che gentil cor'udía pensoso, e liero?
Ov'è'l favoleggiar d'amor le notti?
Or non parl’io, nè penso alvo che pianto.

Già mi fu col desir sì dolce il pianto,

Che condía di dolcezza ogni agro stile,
E vegghiar mi facea tutte le notti.
Or ni' è'l pianger amaro più che morte,
Non sperando mai'l guardo onesto, e lieto,

Alto soggetto alle mie baffe rime.
Chiaro segno Amor pole alle mie rime

Dentro a' begli occhi: ed or l'ha posto in pianto,
Con dolor rimembrando il tempo lieto:
Ond' io vo col pensier cangiando stile,
E ripregando te, pallida Morte,

Che mi fottragghi a si penofe notti,
Fuggito è'l fonno alle mie crude notti,

E’l suono usato alle mie roche rime:
Che non fanno trattar altro che morte:
Così è'l mio cantar converso in pianto.
Non ha 'l regno d'Amor si vario stile;

Ch'è tanto or tristo, quanto mai fu lieto.
Nessun visse giammai più di me lieto:

Nessun vive più tristo e giorni, e notti;
E doppiando 'l dolor, doppia lo stile,
Che trae del cor sì lagrimofe rime.
Visli di speme: or vivo pur di pianto;

Nè contra Morte spero altro che Morte.
Morte m'ha morto; e fola può far Morte

Ch'i' torni a riveder quel viso lieto
Che piacer mi facea i fofpiri, e'l pianto,

L'aura dolce, e la pioggia alle mie notti;
Quando i pensieri eletti tessea in rime,
Amor'alzando il mio debile stile.

Or

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Or' avess'io un sì pietoso stile,

Che Laura mia potesse torre a Morte;
Com' Euridice Orféo sua fenza rime:
Ch'i' viverei ancor più che mai lieto,
$ efser non può; qualcuna d'este notti

Chiuda omai queste due fonti di pianto,
Amor', i ho molti e molt' anni pianto

Mio grave danno in dolorofo stile;
Nè da te spero mai men føre notti:
E però mi fon moflo a pregar Morte,
Che mi tolla di qui, per farmi lieto;

Ov'è colei ch' i canto, e piango in rime.
Se sì alto pon gir mie franche rime,

Ch' aggiungan lei ch?è fuor d' ira, e di pianto,
E fa 1 Ciel' or di sue bellezze lieto;
Ben riconoscerà il mutato stile;
Che già forse le piacque anzi che Morte

Chiaro a lei giorno, a me fesse atre notti.
O voi che fospirate a miglior notti;

Ch' ascoltate d'Amore, o dite in rimë;
Pregate non mi sia più forda Morte,
Porto delle miferie, e fin del pianto:
Muti una volta quel fuo antico stile,

Ch' ogni uom' actrifta, e me può far si lieto. Far mi può lieto in una, o'n poche notti:

É 'n afpro stile, e'n angosciofe rime
Prego che 'l pianto mio finisca Morte,

SONETTO. L X. Significa a Laura, che è in Cielo, il presente stato di lui, e che la

Morte gli s' avvicina, e la priega che gli fia presta in su il

paffare.
Hte, rime dolenti, al duro falfo,

Che 'l mio caro tesoro in terra asconde:
Ivi chiamate chi dal Ciel risponde;

Benchè 'l mortal fia in loco oscuro, e ballo. Ditele ch'i' fon già di viver laffo,

Del navigar per queste orribil' onde:
Ma ricogliendo le sue foarte fronde

Dietro le vo pur così parto pasto,
Sol di lei ragionando viva, e morta,

Anzi pur viva, ed or fatta immortale;

Acciò che 'l mondo la conosca, ed ame.
Piacciale al mio paffar' esser' accorta ;

Ch' è presso omai: fiami all'incontro; e quale
Ella è nel Cielo, a sè mi tiri, e chiame.

SONETTO L X1. - *}{*go Domando in guiderdone del suo amore, che Laura gli apparisca in

morte, ed abbia compassione de' suoi affanni. S'onesto amor può meritar mercede,

E se pietà ancor può quant'ella suole;
Mercede ayrò: che più chiara che 'l Sole,
A Madonna, ed al mondo è la mia fede.

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