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Amor s'è in lei con onestate aggiunto;

Con beltà naturale abito adorno;

Ed un'atto che parla con silenzio;
E non so che negli occhi, che 'n un punto

Può far chiara la notte, oscuro il giorno,

E'l melamaro, ed addolcir l'assenzio. 00000000000000000000

SONETTO CLXXX. Mostra per coinparazione la'nfelicità del suo stato, poichè non

folamente piange la notte, ma ancora il giorno. Tutto '1 di piango; e poi la notte, quando

Prendon riposo i miseri mortali,
Trovom' in pianto; e raddoppiarsi i mali:

Così fpendo 'l mio tempo lagrimando.
In tristo umor vo gli occhi consumando,

E’l cor'in doglia; e fon fra gli animali
L'ultimo sì, che gli amorosi strali

Mi tengon'ad ognor di pace in bando.
Laslo! che pur dall'uno all'altro Sole,

E dall' un'ombra all'altra ho già 'l più corso

Di questa morte che si chiama vita.
Più l'altrui fallo che 'l mio mal mi dole:

Che pietà viva, e'l mio fido soccorso
Vedem'arder nel foco, e non m'aita.

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SONETTO CLXXXI. Cercò il Petrarca due cose, o di placare Laura, o di metterla

come crudele in odio al Mondo. Ora tralasciato questo penfiero, dice di scrivere per fare manifesta la sua bellezza al Mondo, acciocchè fi sappia, se peno, che peno per Donna che il valeva.

rià desiai con sì giusta querela,
E’n si fervide rime farmi udire,
Ch’un foco di pietà fesli sentire

A1 duro cor 'ch'a mezza state gela;
E l'empia nube che'l raffredda, e vela,

Rompesse all' aura del mi’ ardente dire;
O feffi quell' altru' in odio venire
Che i belli

, onde mi struggo, occhi mi cela. Or non odio per lei, per me pietate

Cerco: che quel non vo', questo non posso:

'Tal fu mia ftella, e tal mia cruda forte: Ma canto la divina sua beltate:

Che quand' i' fia di questa carne scosso
Sappia’l mondo che dolce è la mia morte.

SONETTO CLXXXII.

Commendazione di Laura.
T

ra quantunque leggiadre donne,' e belle
Giunga costei, ch'al mondo non ha

pare;
Col suo bel viso suol dell'altre fare
Quel che fal 'l dì delle minori stelle.

Amor par ch' all'orecchie mi favelle,

Dicendo: Quanto questa in terra appare,
Fia’l viver bello; e po 'l vedrem turbare,

Perir verturi, e'l mio regno con elle.
Come Natura al ciel la Luna, e'l Sole;

All aere i venti; alla terra erb e fronde;

All'uomo e l'intelletto e le parole;
Ed al mar ritogliesle i pesci, e l'onde;

Tanto, e più fien le cose oscure, e fole,
Se Morte gli occhi suoi chiude, ed asconde.

Doo

SONETTO CLXXXIII.
Il cantar novo, el pianger degli augelli

In sul dì fanno risentir le valli,
E' mormorar de' liquidi cristalli

Giù per lucidi freschi rivi, e snelli.
Quella c'ha neve il volto, oro i capelli;

Nel cui amor non fur mai'nganni, nè falli;
Deftami al suon degli amoroli balli,

Pettinando al suo vecchio i bianchi velli.
Così mi sveglio a falutar l'Aurora,

E’l Sol, ch'è feco, e più l'altro, and iq fui

Ne prim'anni abbagliato, e sono ancora. l' gli ho veduti alcun giorno ambedui

Levarsi insieme; e'n un punto, e'n un'ora,
Quel far le stelle, e questo sparir lui.

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SONETTO CLXXXIV. Commendazione de' capelli, de' labbri, delle carni, de' denti, della

fronte, del cantare, e degli occhi di Laura. Onde tolle Amor l'oro, e di qual vena

Per far due treccie bionde? e'n quali spinc
Colse le rose; e'n qual piaggia le brine

Tenere, e fresche; e diè lor polso, e lena?
Onde le perle in ch'ei frange, ed affrena

Dolci parole, oneste, e pellegrine?
Onde tante bellezze, e si divine

Di quella fronte più che'l ciel serena?
Da quali Angeli mosse, e di qual spera

Quel celeste cantar che mi disface

Sì, che m'avanza omai da disfar poco?
Di qual Sol nacque l'alma fuce altera

Di que' begli occhi ond' i' ho guerra, e pace,
Che mi cuocono 'l cor' in ghiaccio, e'n foco?

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***** SONETTO CLXXXV.. Afegna la ragione, perchè corni a rivedere Laura, che pareva

che non vi dovesse tornare, essendo sempre da lei più acceso,

in guisa che costretto è di morire. Qual

ual mio destin, qual forza, o qual inganno
Mi riconduce difármato al campo
Là've sempre fon vinto; e s'io ne scampo,
Maraviglia n'avrò, s'i' moro, il danno?

Danno non già, ma prò: sì dolci stanno

Nel mio cor le faville, e'l chiaro lampo
Che l'abbaglia, e lo strugge, e'n ch'io m'avvampo;

E fon già ardendo nel vigesim'anno.
Sento i messi di morte ove apparire

Veggio i begli occhi, e folgorar da lunge:

Poi, s'avven ch'appressando a me li gire,
Amor con tal dolcezza m’unge, e punge,

Ch'i' nol so ripensar, non che ridire:
Che nè 'ngegno, nè lingua al vero aggiunge.

SONETTO CLXXXVI. Andando alcune Donne compagne di Laura fuori di casa a di

porto, avevano invitata Laura a cui o il Padre, o i Fratelli vietarono che teneffe lo ’nvito. Ora il Petrarca trovato questo drappello di Donne andanti per via, e ragionanti, le domanda, dove sia Laura: elleno rispondono, che sono liete per la memoria che tengono di Laura; dogliose perchè in verità non è con loro, la quale è restata in casa per invidia, o gelosia de Parenti, contra alla quale sgridano, e consolano il Petrarca, che ella fi turbò, e pianse per esserle impedito

il dimostrarsi al Petrarca. Liete

, e pensose; accompagnate, e fole Donne, che ragionando ite per via; Ov'è la vita, ov'è la morte mia?

Perchè non è con voi, com'ella fole?
Lieté fiam per memoria di quel Sole;

Dogliose per sua dolce compagnia,
La qual ne toglie invidia, e gelosia;
Che d'altrui ben, quafi fuo mal, fi dole.

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