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S.ONETTO CLXXV.
Si duole della crudeltà di Laura, e dice che nel Mondo non crede-

va egli, che fi ritrovasse se non una Fenice, e nondimeno non
fa

per quale augurio, o per qual ordinc fatale fia, che egli fia'
un altra Fenice in trovare pietà sorda, e torni misero donde
doveva tornare felice.
N

on dall' Ifpano Ibero all' Indo Idaspe
Ricercando del mar'ogni pendice,
Ne dal lito vermiglio all' onde Calpe,

Ne'n ciel, nè’n terra è più d'una Fenice.
Qual destro corvo, o qual manca cornice

Canti'l mio fato? o qual Parca l’innaspe?
Che fol trovo pietà forda, com'aspe?

Misero onde fperava esser felice:
Ch'i' non vo' dir di lei; ma chi la scorge,

Tutto 'l cor di dolcezza, e d'amor l' empie;

Tanto n'ha seco, e tant'altrui ne porge:
E per far mie dolcezze amare, ed empie,

O s'infinge, o non cura, o non s'accorge
Del fiorir

queste innanzi tempo tempie. 1. 00000000000000000000000000000000000000000000€

SONETTO CLXXVI. :
Racconta quali cose il ritengano nell' amore di Laura, e quali ve

l'abbiano tirato, e quando.
Voglia mi sprona: Amor mi guida, e scorge:

Piacer mi tira: usanza mi trasporta:
Speranza mi lufinga, e riconforta,
E la man destra al cor già stanco porge:

Il misero la prende; e non s'accorge

Di nostra cieca, e disleale scorta :
Regnano i sensi; e la ragion'è morta:

Dell' un vago desio l'altro risorge.
Virtute, onor, bellezza, atto gentile,

Dolci parole ai bei rami m'han giunto

Ove foavemente il cor s'invesca.
Mille trecento ventisette appunto

Su l'ora prima il di festo d'Aprile
Nel labirinto intrai; nè veggio ond'esca,

SONETTO CLXXVII. Dice che sono passati venti anni, che egli in vano seguita l'amore

di Laura, ed attribuisce di ciò la colpa alla Stella. Beato in sogno, e di languir contento,

D'abbracciar l'ombre, e seguir l'aura estiva,
Nuoto per mar che non ha fondo, o riva:

Solco onde, e'n rena fondo, e scrivo in vento; E’l Sol vagheggio sì, ch'egli ha già spento

Col suo splendor la mia vertù visiva;
Ed una cerva errante, e fuggitiva

Caccio con un bue zoppo, e 'nfermo, e lento. Cieco, e stanco ad ogni altro, ch'al mio danno;

Il qual dì, e notte palpitando cerco;

Sol Amor', e Madonna, e Morte chiamo.
Cosi vent'anni (grave, e lungo affanno!)

Pur lagrime, e sospiri, e dolor merco:
In tale stella presi l'esca, e l'amo,

SONETTO CLXXVIII.

Risponde ad alcuni che dicevano lui essere stato ammaliato. Rac

conta le cagioni, che sono le doti in Laura, del fuo amore: le chiama grazie, che il Cielo doni a pochi, e fono queste: Rara virtù, canuta mente in giovane età, beltà senza fuperbia, leggiadria, cantare, andare, fpirare, bellezza d'occhi, dire,

sofpirare.
Grazie ch'a pochi'l ciel largo destina:

Rara vertù, non già d'umana gente:
Sotto biondi capei canuta mente;

E'n umil donna alta beltà divina:
Leggiadria singulare, e pellegrina;

E'l cantar che nell'anima si sente:
L'andar celeste; e'l vago spirto ardente,

Ch'ogni dur rompe, ed ogni altezza inchina: E que' begli occhi, che i cor fanno smalti,

Possenti a rischiarar abiffo; e notti,
. E torre l' alme a' corpi, è darle altrui;
Col dir pien d'intelletti dolci, ed alti;

Coi fofpir soavemente rotti:
Da questi Magi trasformato fui,

or

USU

バーバーパーバンリ SESTI NA VI. Questa Sestina contiene un convertimento a Dio. Narra l’Istoria

del suo amore; qual fosse l'Anima fua quando s'innamorò; qual fosse Laura; come mai per via alcuna non s'ha potuto deliberar da questo ainore; come parimente per l'avvenire non lo fpera. Si rivolge a Dio che l'ajuti, ricordaridogli la sua Misericordia, e dimostrandogli la’nfelicità dello stato suo, e che

facendolo ne sarà lodato.
Anzi tre di creata era alma in parte
Da
por

fua cura in cose altere, e nove,
E dispregiar di quel ch'a molti è 'n pregio:
Quest' ancor dubbia del fatal suo corso
Sola pensando, pargoletta, e sciolta

Intrò di primavera in un bel bosco.
Era un tenero fior nato in quel bosco

Il giorno avanti; e la radice in parte

Ch' appressar nol poteva anima sciolta: : Che v'eran di lacciuo' forme si nove,

E tal piacer, precipitava al corso;

Che perder libertate iv'era in pregio.
Caro, dolce, alto, e faticoso pregio,

Che ratto mi volgesti al verde bosco,
Usato di sviarme a mezzo 'l corso
Ed ho cerco poi'l mondo a parte a parte;
Se versi, o pietre, o suco d'erbe nove

Mi rendeller'un dì la mente sciolta.
Ma, lasso, or veggio che la carne sciolta

Fia di quel nodo ond' è'l suo maggior pregio,
Prima che medicine antiche, o nove
Saldin le piaghe choi' presi’n quel bosco
Folto di spine: ond' i' ho ben tal parte,
Che zoppo n'esco, e'ntraivi a sì gran corso.

Pien di lacci, e di stecchi un duro corfo

Aggio a fornire; ove leggera, e sciolta
Pianta avrebbe uopo, e fana d'ogni parte.
Ma tu, Signor, c'hai di pietate il pregio,
Porgimi la man destra in questo bosco:

Vinca 'l tuo Sol le mie tenebre nove,
Guarda 'l mio stato, alle vaghezze nove

Che'nterrompendo di mia vita il corso
M'han fatto abitator d'ombroso bosco:
Rendimi, s'esfer può, libera, e sciolta
L'errante mia conforte; e fia tuo 'l pregio,

S'ancor teco la trovo in miglior parte.
Or'ecco in parte le question mie nove;

S'alcun pregio in me vive, o'n tutto è corso,
O l' alma sciolta, o ritenuta al bosco.

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Racconta alcune virtù dell'animo di Laura in ispeziale, e poi le

virtù in generale,' Appresso trapassa a raccontare quelle del corpo in ispeziale.

in nobil sangue vita umile, e queta,

Ed in alto intelletto un puro core;
Frutto senile in ful giovenil fiore,

E'n aspetto pensoso anima lieta,
Raccolto ha’n questa Donna il suo pianeta,

Anzi'l Re delle stelle; e'l vero onore,
Le degne lode, e'l gran pregio, e'l valore
Ch'è da stancar ogni divin poeta.

Os

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