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Si scusa, che infino a qui non lodi Laura. Vergognando talor, ch'ancor si taccia,

Donna, per me vostra bellezza in rima,
Ricorro al tempo, ch' i' vi vidi prima,

Tal che null' altra fia mai che mi piaccia, Ma trovo peso non dalle mie braccia,

Nè ovra da polir con la mia lima:
Però l'ingegno, che fua forza estima,

Nell' operazion tutto s' agghiaccia.
Più volte già per dir le labbra aperfi:

Poi rimase la voce in mezzo 'l petto.

Ma qual fuon poria mai falir tant' alto? Più volte incominciai di scriver versi:

Ma la penna, e la mano, e l' intelletto
Rimafer vinti nel primier' asfalto.

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SONETTO. XIX.

Vuole far nafcere di se compassione in Laura in dimostrando quello che sia per divenire del suo cuore.

La contenenza di questo Sonetto è tratta dalla Filosofia Platonica. L'Annan te, col pensainento che è l'operazione dell'anima, vive nella cosa amata,

e non in fe.

Me se la perfona amata Podia, non vivendo in lei, poichè lo scaccia, nè fuori della spezie dell' uomo potendo vivere Anima umana, non volendo vivere l'Amante in altra persona, che nell' Amara, ti

inuore.

Lille

Lille fiate, odolce mia guerrera,
Per aver co' begli occhi vostri pace,
V' aggio profferto il cor: m'a voi non piace

Mirar sì basso con la mente altera:
E se di lui fors' altra donna spera:

Vive in speranza debile, e fallace:
Mio; perchè sdegno ciò ch'a voi dispiace;

Esser non può giammai così, com'era. -
Or s'io lo scaccio, ed e' non trova in voi

Nell' esilio infelice alcun soccorso,

Nè fa star fol, nè gite ov' altr' il chiama;
Poria smarrire il fuo natural corso;

Ghe grave colpa fia d' ambeduo noi,
E tanto più di voi, quanto più v'ama.

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SESTINA I. Per comparazione degli altri animali mostra il suo fato essere

oltramodo misero, poichè esli o di di, o di notte li ripo• fano, laddove egli e di di, e di notte travagliava. E prelo tempo, accusa la fierezza di Laura. Desidera la piacevolezza,

ed ultimamente se ne despera.
A qualunque animale alberga in terra;

Se non se alquanti c' hanno in odio il Sole;
Tempo da travagliare è quanto è 'l giorno:
Ma poi, ch' il ciel accende le sue stelle,
Qual torna a casa, e qual s'annida in selva

Per aver posa almeno infin' all'alba.
Ed io da che comincia la bell'Alba

A scuoter l'ombra intorno della terra
Svegliando gli animali in ogni felva,
Non ho mai triegua di fofpir col Sole,
Poi, quand' io veggio fiammeggiar le stelle,

Vo lagrimando, e desiando il giorno.
Quando la sera scaccia il chiaro giorno,

E le tenebre nostre altrui fann' alba;
Miro pensoso le crudeli stelle,
Che mi hanno fatto di sensibil terra;
E maledico il dì ch' i' vidi ’l Sole;

Che mi fa in vista un' uom nudrito in selva.
Non credo che pafceffe mai per selva

Si aspra fera, o di notte, o di giorno;
Come costei, ch' i piango all'ombra, e al Sole:
E non mi stanca primo sonno, od alba;
Che bench' i' fia mortal corpo

di

terra, Lo mio fermo desir vien dalle stelle.

Prima ch' ' torni a voi, lucenti stelle,

O: torni giù nell' amorosa felva
Lassando il corpo, che fia crita terra;
Vedefs' io in lei piecà: ch' in un sol giorno
Può ristorar molt anni, e innanzi l'alba :

Puommi arricchir dal tramontar del Sole.ro
Con lei foss' io da che si parte il Sole;

E non ci vedess' altri che le stelle,
Soľ una notte; e mai non fosse l' alba;
E non si trasformasse in verde selva
Per uscirmi di braccia, come il giorno,

Che Apollo la seguía quaggiù per terra.
Ma io farò forterra in secca selva,

LI E’l giorno andrà pien di minute ftelle, fill Prima ch' a si dolce alba arrivi il Sole. :.'

CANZONE I. La contenenza della Canzone è aperta dalla proposizione dell'

Autore nella prima Stanza, che è di narrare lo stato fuo, dacchè Amor gli cominciò a dar batçaglia. Il testo va prdinato cosi. Canterò, perchè cantando il duol si difacerba, come visi in libertade nel dolce tempo &c. mentre Amor

nel mio albergo a sdegno s ebbes Nel

el dolce tempo della prima erade,
Che nascer vide, ed ancor quasi in erba:
La fera voglia che per mio mal crebbe;
Perchè cantando, il duol li disacerba,
Canterò, com io visli in libertade,
Mentre Amor nel mio albergo a sdegno s ebbe:
Poi seguirò, ficcome a lui ne 'n crebbe

2

Troppo altamente; e che di ciò m'avvenne:
Di ch' io son fattó a molta gente esempio:
Benchè 't mio duro scempio
Sia fcritto altrove si, che mille penne
Ne fon già stanche; e quafi in ogni valle
Rimbombi 'l fuon de' miei gravi fofpiri,
Ch' acquistan fede alla penosa vita:
E se qui la memoria non m' aita,
Come fuol fare; ifcufilla i martiri,
Ed un penlier che solo angoscia dalle

Tal, ch' ad ogni altro fa voltar le spalle:
E mi face obbliar me stesso a forza:

Che tien di me quel dentro, ed io la scorza. l' dico, che dal di che 'l primo affalco

Mi diede Amor, molt' anni eran paffati,
Sicch' io cangiava il giovenile aspetto: . '
E dintorno al mio cor penfier gelati
Fatto avean quasi adamantino smalto,
Ch'allentar non lassava il duro affetto:
Lagrima ancor non mi bagnava il petto,

rompea il sonno; e quel ch’in me non era,
Mi pareva un miracolo in altrui.
Lasso, che fon? che fui?
La vita il fin', e 'l di loda la sera.
Che sentendo il crudel di ch' io ragiono,
Infin' allor percossa di fuo ftrale
Non effermi paffato oltra la gonna,
Preté in fua fcorta una possente donna;
Ver cui poco giammai mi valle, o vale
Ingegno, o forza, o dimandar perdono.

Ei duo mi trasformaro in quel ch' i' fono, :: Facendomi duom vivo un lauro verde;

Che per fredda stagion foglia non perde.

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