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Che la mia nobil preda non più stretta

Tenni al bisogno; e non fui più costante

Contra lo sforzo fol d' un' angioletta;
O fuggendo, ale non giunfi alle piante,

Per far almen di quella man vendetta
Che degli occhi mi trae lagrime tante.

SONETTO CLXIX.
Pone prima la miseria del suo infelice stato. Poi quale rimedio

sarebbe a ciò. Appresso la disperazione di questo rimedio. Ul

timamente dà la colpa di ciò al suo destino.
D'un bel, chiaro, polito, e vivo ghiaccio

Move la fiamma che m' incende, e strugge,
E si le vene, e'l cor m' asciuga, e fugge,

Che 'nvisibilemente i mi disfaccio.
Morte, già per ferire alzato 'l braccio,

Come irato ciel tona, o leon rugge,
Va perseguendo mia vita, che fugge;
Ed io pien di paura tremo,

e taccio.
Ben poria ancor pietà con amor mista

Per sostegno di me doppia colonna

Porsi fra l' alma stanca, e 'l mortal colpo:
Ma io nol credo, nè 'l conosco in vista

Di quella dolce mia nemica, e donna:
Nè di ciò lei, ma mia ventura incolpo.

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SONETTO CLXX.
Per due ragioni tenta d' indurre Laura ad avergli compassione, e

perchè è mifero, e perchè egli il merita da Laura.
Lallo, ch' i' ardo, ed altri non mel crede:
Si crede ogni uom,

fe non fola colei
Che four' ogni altra, e ch' i' sola vorrei:

Ella non par che 'l creda, e sì sel vede:
Infinita bellezza, e poca fede,

Non vedere voi 'l cor negli occhi miei?
Se non fosse mia stella, i pur devrei

Al fonte di pietà trovar mercede.
Quest' arder mio, di che vi cal sì poco,

E i vostri onori in mie rime diffusi

Ne porian' infiammar fors' ancor mille:
Ch' i' veggio nel pensier, dolce mio foco,

Fredda una lingua, e duo begli occhi chiusi
Rimaner: dopo noi pien' di faville.

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SONETTO CLXXI. !!
Conforta l’ Anima a rivolgersi a Dio con l' esempio delle operazio-

ni, e con la predicazione delle parole di Laura.
Anima; che diverse cose tante

Vedi, odi, e leggi, e parli, e scrivi, e pensi;
Occhi miei vaghi; e tu fra gli altri sensi
Che scorgi al cor l' alte parole sante;

Per quanto non vorreste o poscia, od ante

Eller giunti al cammin che si mal tienfi;,
Per non trovarvi i duo bei lumi accenli,

Nè l'orme impresse dell' amate piante ?
Or con sì chiara luce, e con rai segni

Errar non dessi in quel breve viaggio

Che ne può far d' eterno albergo degni.
Sforzati al cielo, o mio stanco coraggio,

Per la nebbia entro de' suoi dolci sdegni
Seguendo i pafli onesti, e 'l divo raggio.

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SONETTO CLXXII. Conforta se medesimo a chiamarli appagato d'ogni mal, che abbia

patito nell’amor di Laura, per l'onor, che scrivendo n'ha trace

to, in guisa che la sua forte gli farà da' futuri invidiata. Dolci ire, dolci sdegni, e dolci paci

, Dolce mal, dolce affanno, e dolce peso, Dolce parlar', e dolcemente inteso,

Or di dolce óra, or pien di dolci faci.
Alma, non ti lagnar: ma foffri, e taci;

E tempra il dolce amaro che n'ha offeso,
Col dolce onor che d'amar quella hai preso

A cu' io disli: Tu sola mi piaci.
Forse ancor fia chi fofpirando dica

Tinto di dolce invidia; Affai sostenne

Per bellissimo amor quest' al suo tempo:
Altri; O Fortuna a gli occhi miei nemica!

Perchè non la vid' io ? perchè non venne
Ella più tardi, oyver io più per tempo?

i CANZONE XIX. Era fato detto a Laura che il Petrarca aveva detto d'amare fotto

nome di Laura altra Donna, per la quale ella fdegnò. Ora in questa Canzone, la quale è tessuta alla guila Provenzale, che in

tutte le Stanze sono quelle medesime Rime, tenta di placarla. S. 11 dissi mai; ch' i' venga in odio a quella

Del cui amor vivo, e senza 'l qual morrei:
S'il disli; ch' i miei dì sian pochi, e rei,
E di vil signoria l'anima ancella:
S'il disli; contra me s' arme ogni stella;
E dal mio lato sia
Paura, e gelosia;
E la nemica mia

Più feroce ver me sempre, e più bella.
S'il dissi; Amor l' aurate sue quadrella

Spenda in me tutte, e l' impiombate in lei:
S'il dissi: cielo, e terra, uomini, e dei
Mi fian contrari, ed esfa ognor più fella:
S'il dissi;. chi con fua cieca facella
Dritto a morte m’invia,
Pur come fuol, si stia;
Ne mai più dolce, o pia

Ver me li mostri in atto, od in favella.
S'il disfi mai; di quel ch' i' men vorrei,

Piena trovi quest' aspra, e breve via;
S il disli; il fero ardor che mi disvia,
Cresca in me, quanto il fier ghiaccio in costei

. S'il dissi; unqua non veggian gli occhi miei

Sol chiaro, o sua sorella,
Nè donna, nè donzella,
Ma terribil procella,

Qual Faraone in perseguir gli Ebrei.
S'il disli; coi fofpir, quant' io mai fei,

Sia pierà per me morta, e cortesia :
S'il disi; il dir s'innafori che s'udia
Si dolce allor che vinto mi rendei:
S il disli; io fpiaccia a quella ch' i' torrei
Sol chiuso in fosca cella,
Dal dì che la mammella
Lasciai, fin che fi fvella

Da me l' alma, adorar: forse 'l farei,
Ma s’io nol disli; chi si dolce apria

Mio cor'a fpeme nell' età novella,
Regga ancor questa stanca navicella
Col governo di sua pietà natia;
Nè diventi altra; ma pur qual folía
Quando più non potei,
Che me steso perdei,
Nè più perder devrei.

Mal fa chi tanta fè si tosto obblia.
Io nol disfi giammai, nè dir poria

Per oro, o per cittadi, o per castella:
Vinca'l ver dunque, e si rimanga in sella;
E vinta a terra caggia la bugia.
Tu fai in me il tutto, Amor: s'ella ne spia,
Dinne quel che dir dei:

beato direi
Tre volte, e quattro,
Chi devendo larguir, si mori pria.

e sei

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