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Per ritrovar ove'l cor lasso appoggi,

Fuggo dal mio natío dolce aere Tosco:
Per far lume al pensier torbido, e fosco,

Cerco'l mio Sole; e spero vederlo oggi:
Nel qual provo dolcezze tante, e tali,
Ch’Amor

per

forza a lui mi riconduce; Poi sî m'abbaglia, che'l fuggir m'è tardo, Io chiedere’a scampar non arme, anzi ali:

Ma perir mi dà'l ciel per questa luce;
Che da lunge mi struggo, e da press'ardo.

entenowe

SONETTO CLXII.
Considerata la sua età, fi maraviglia che non lasci l'amore. Poi,

tornato in miglior senno, dice alcune cosc impossibili dovere

prima essere, che lui essere senza amore.
Didi in di vo cangiando il viso, el pelo:

Nè però sinorso i dolce inescati ami';
Nè sbranco i verdi, ed invescati rami

Dell’arbor che nè Sol cura, nè gielo.
Senz'acqua il mare, e senza stelle il cielo

Fia innanzi, ch'io non sempre tema, e brami
La sua bell'ombra; e ch' i' non odj, ed ami

L'alta piaga amorosa che mal celo.
Non spero del mio affanno aver mai pofa

Infin ch' i' mi disoffo, e snervo, e spolpo;

O la nemica mia pietà n'avesse !
Effer può in prima ogn'impoflibil cofa,

Ch’altri che Morte, od ella sani'l colpo
Ch’Amor co' suoi begli occhi al cor m'impresse.

SONETTO CLX111.

Essendo stato il Petrarca alcuni di fenza veder Laura, levatofi

una mattina per tempo, e sentendo il ventolino, gli torna a mente il tempo, quando s'innamorò, ed il viso di Laura, e le chiome le quali allora erano sparte, ed ora sono chiuse in ifcuffia: le quali furono legami d'Amore stretti; mai poi fi fono fatti ancora più stretti in guisa, che non si slegheran

no se non per Morte.
L'Aura serena che fra verdi fronde

Mormorando' a ferir nel volto 'viemme;
Fammi risovvenir quand’Amor diemme

"Le prime piaghe, si dolci, e profonde; E'l bel viso veder. ch'altri m'asconde;

Coins
Che sdegno, o gelosia celaco tiemme;
E le chiome or'avvolte in perle, e'n gemme;
Allora sciolte, e sovra or terso bionde:

SI

i 21 Le quali ella spargea si dolcemente,

È raccogliea con sỉ leggiadri modi,

Che ripensando ancor trema la mente.
Torsele il tempo, po' in più faldi nodi;

E ftrinse'l cor d'un laccio si pofsente,
Che Morte fola fia ch'indi lo snodi.

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SONETTO CLXIV.
Questa è commendazione della Voce, de Capelli, dell'Ombra,
ile degli Occhi di Laura.
L'Aura celeste che’n quel verde Lauro

Spira ov'Amor feri nel fianco Apollo,
Ed a me pose un dolce giogo al collo,

Tal, che mia libertà tardi reftauro;
Puù quello in me che nel gran vecchio Mauro

Medufa, quando in felce trasformollo:
Nè posso dal bel nodo omai dar crollo,

La've'l Sol perde, non pur l'ambra, o l'auro,
Dico le chiome bionde, e'l crespo laccio

Che si soavemente lega, e stringe

L'alma, che d'umiltate, e non d'altr'armo.
L'ombra fua fola fa 'l mio core un ghiaccio, i.

E di bianca paura il viso tinge:
Ma gli occhi hanno virtù di farne un marmo.

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SO'NETTO CLXV. Si scusa, perchè non celebri quale sia l'arder degli occhi, e il

folgorar delle chiome di Laura. E la scula è, che non si può celebrar cosa con parole, che non si comprenda prima con la

mente,

L'Aura soave cho al Sol spiega, e vibra

L'auro ch' Amor di sua man fila, e tesse;
Là da' begli occhi, e dalle chiome stesse
Lega'l cor laffo, e i levi spirti cribra.

Non ho midolla in oslo, o sangue in fibra,

Ch'i' non senta tremar; pur ci' i' m'appresse
Dov'è chi morte, e vita insieme spesse

Volte in frale bilancia appende, e libra;
Vedendo arder i lumi ond' io m'accendo;

E folgorar i nodi ond' io fon preso,

Or su l'omero destro, ed or sul manco,
Inol paflo ridir; che nol comprendo;

Da ta': due luci è l' intelletto offeso,
E di tanta dolcezza oppresso, e stanco.

SONETTO CLXVI.
Si rallegra del furto d' un guanto tolto a Laura.
O bella man, che mi diftringi 'l core,

E’n poco spazio la mia vita chiudi;
Man', ov’ogni arte, e tutti loro studi

Poser Natura, e 'l Ciel per farsi onore;
Di cinque perle oriental colore,

E fol nelle mie piaghe acerbi, e crudi,
Diti schierti foavi; a tempo ignudi

Consente or voi, per arricchirmi Amore;
Candido, leggiadretto, e caro guanto,

Che copria netto avorio, e fresche rose;

Chi vide al mondo mai si dolci spoglie?
Così avess' io del bel velo altrettanto.

O incostanza dell' umane cose!
Pur questo è furto; e vien ch' i' me ne spoglie.

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SONETTO CLXVII. Non pur quell

' una bella ignuda mano Che con grave mio danno si riveste; Ma l'altra, e le duo braccia accorte, e preste

Son' a stringer il cor timido, e piano.
Lacci Amor mille, e nessun tende in vano

Fra quelle vaghe nove forme oneste:
Ch' adornan sì l'alt' abito celeste,

Ch' aggiunger nol può Nil, nè ’ngegno umano; Gli occhi sereni, e le stellanti ciglia;

La bella bocca angelica, di perle

Piena, e di rose, e di dolci parole,
Che fanno altrui tremar di maraviglia;":

E la fronte, e le chiome ch'a vederle
Di state a mezzo di vincono il Sole.

SONETTO CLXVIII. Si duole di sè stesso che abbia restituito il guanto a Laura. Mia

ventura, ed Amor m'avean sì adorno D'un bell' aurato, e serico trapunto; Ch'al sommo del mio ben quali era aggiunte

Pensando meco a chi fu quesť intorno:
Nè mi riede alla mente mai quel giorno

Che mi fe' ricco, e povero in un punto;
Ch'ï' non sia d'ira, e di dolor compunto,
Pien di vergogna, è d' amoroso scorno;

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