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Ma questa pura, e candida colomba;
A cui non so s' al mondo mai

par
Nel mio stil frale assai poco rimbomba:
Così fon le sue forti a ciascun fille.

visse;

Che d' Omero dignissima, e d'Orfeo,

O del Paftor ch' ancor Mantova onora,

Ch' andassen sempre lei fola cantando;
Stella difforme, e fato fol qui reo

Commise a tal, che 'l suo, bel nome adora:
Ma forse scema sue lode parlando.

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SONETTO CLV. Ricorda al Sole l amor di Laura, e gli commenda la sua bel

lezza, e lo ’nvita a fermarsi a mirarla; e fi duole della sua partita , perchè partendofi gli toglie la vista amata del luogo

di Laura,
Am
Imo Sol, quella fronde ch' io sola amo,

,
Tu prima amasti; or sola al bel soggiorno
Verdeggia, e senza par, poi che l' adorno

Suo male, e noftro vide in prima Adamo.
Stiamo a mirarla, i ti pur prego, e chiamo,
O Sole;

tu pur fuggi; e fai d'intorno
Ombrare i poggi, e te ne porti 'l giorno;

E fuggendo mi toi quel ch' i' più bramo,
L'ombra che cade da quell' umil colle,

Ove sfavilla il mio soave foco,
Ove 'l gran Lauro fu picciola verga; ;

N

Crescendo mentr'io parlo, a gli occhi tolle

La dolce vista del beaco loco
Ove'l mio cor con la sua donna alberga.
more..

ac
SONETTO CLVI.

Sotto figura d'una Nave posta in Mare tempestoso senza governo

leggitimo significa lo stato fuo. Pasta

assa la nave mia colma d'obblio
Per aspro mar’ a mezza notre il verno
Infra Scilla, e Cariddi; ed al governo

Siede 'l Signor', anzi'l nemico mio:
A ciascun remo un pensier pronto, e rio,

Che la tempesta, e 'l fin par ch' abbi' a scherno:
La vela rompe un vento umido eterno

Di sospir, di speranze, e di desio:
Pioggia di lagrimar, nebbia di sdegni

Bagna, e rallenta le già stanche farte;

Che son d'error con ignoranza attorto:
Celanli i duo miei dolci usati segni:

Morta fra l'onde è la ragion, e l'arte.
Tal, ch'incomincio a disperar del porto.

SONETTO CLVII. Scrive una visione, sotto la quale dipinge il suo innamorainento,

e s'indovina quello che gli avvenne ; cioè ciie Ladra morisse

di mezza età. Una

na candida cerva sopra l'erba
Verde m'apparve con duo corna d'oro
Fra due riviere all'ombra d'un' Alloro

A
Levando'l Sole alla stagion'acerba.
Era fua vista sì dolce superba,

Ch'i' lasciai per seguirla ogni lavoro:
Come l'avaro, che'n cercar tesoro

Con diletto l'affanno difacerba.
Nelfun mi tocchi , al bel collo d'intorno

Scritto avea di diamanti, e di copazj;

Libera farmi al mio Cesare' parve. Ed eraʼl Sol già volto al mezzo giorno;

Gli occhi miei stanchi di mirar, non fazj;

Quand'io caddi nell'acqua, ed ella fparve. SOCSO3-50-S53:52:562:5 3:5035835932

SONETTO CLVII1. Il Petrarca dice che, siccome Eterna Vita è vedere Dio, cosi

a lui è felice vita il vedere Laura. Siccome eterna vita è veder Dio,

Nè più si brama, nè bramar più lice;
Cosi me, Donna, il voi veder, felice
Fa in questo breve, e frale viver mio.

Nè voi stessa, com'or, bella vid’io

Giammai; se vero al cor l'occhio ridice;
Dolce del mio pensier'óia beatrice;

Che vince ogni alta fpeme, ogni delio.
E se non fosse il suo fuggir si ratto,

Più non dimanderei: che s'alcun vive

Sol d'odore, e tal fama fede acquista;
Alcun d'acqua, o di foco il gusto, e'l tatto

Acquetan, cose d'ogni dolzor prive;
I' perchè non della vostr’alma vista ?

SONETTO CLIX.

Commendazione dell'andar di Laura per una Valle. Invita Amore

a vederla andare,
Stiamo, Amor’, a veder la gloria noftra

Cose sopra natura altere, e nove:
Vedi ben, quanta in lei dolcezza piove:

Vedi lume che 'l cielo in terra mostra:
Vedi, quant'arte dora, e'mperla, e'nnoftra

L'abito eletto, e mai non visto altrove;
Che dolcemente i piedi, e gli occhi move

Per questa di bei colli ombrosa chiostra!
L'erbetta verde, e i fior di color mille

Sparli forto quell'elce antiqua, e negra,

Pregan pur, che'l bel piè li prema, o tocchi; E’l ciel di vaghe, e lucide faville

S'accende intorno; e'n vifta si rallegra
D'esser fatto seren da si begli occhi.

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SONETTO CLX. Dimostra l'allegrezza, che prende di veder il viso di Laura, e

d'udirla parlare. Prende la traslazione del mangiare, e del bere, e la comparazione della vivanda, e del beveraggio di

Giove: referisce il vedere al mangiare, e l'udire al bere. Parco

asco la mente d'un sì nobil cibo,

Ch'ambrosia, e néttar non invidio a Giove:
Che sol mirando, obblio nell'alma piove

D'ogni altro dolce, e Lete al fondo bibo.
Talor, ch’odo dir cose, e'n cor describo,

Perchè da fofpirar sempre ritrove;
Ratto per man d’Amor; nè fo ben dove,

Doppia dolcezza in un volto delibo:
Che quella voce infin’al ciel gradita

Suona in parole sì leggiadre, e care,

Che pensar nol poria chi non l'ha udica.
Allor'insieme in men d'un palmo appare

Visibilmente, quanto in questa vita
Arte, ingegno, e natura, el ciel può fare.

SONETTO CLXI. Giugneva in Provenza, e veniva di Toscana per trovare riposo

alla fua affannata mente: e quantunque quivi truovi ancora affanno, nondiineno non li cura di partirsene, perchè pur

v'ha alcun conforto.
L'Aura gentil che rafferena i poggi

Destando i fior per questo ombroso bosco,
Al soave suo fpirto riconosco;
Per cui conven che’n pena, e'n fama poggi.

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