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SONETTO Cxxxin.
S'io folli ftato fermo alla spelunca

Là dov' Apollo diventò profeta;
Fiorenza avria fors' oggi il suo Poeta,

Non pur" Verona, e Mantoa, é Arunca:
Ma perchè'l mio terren più non s'ingiunca

Dell' umor di quel falso; altro pianeta
Conyen ch' i' segua, e del mio campo mieta

Lappole, e stecchi con la falce adunca,
L'oliva è fecca; ed è rivolta altrove
L'
acqua

che di Parnaso fi deriva:
Per cui in alcun tempo ella fioriva.
Così fventura, ovver colpa mi priva:

D'ogni buon frutto, se l'eterno Giove
Della fua grazia fopra me non piove,

අමාරී SONETTO CXXXIV.

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uando Amor' i begli occhi a terra inchina;
E i vaghi spirti in un sospiro accoglie
Con le sue mani; e poi in voce gli scioglie

Chiara, soave, angelica, divina;
Sen:o far del mio cor dolce rapina,

E sì dentro cangiar pensieri, e voglie,
Ch'i' dico: Or fien di me l' ultime spoglie,
Se'l ciel si onesta morte mi destina:

Ma,'1 fuon che di dolcezza i senfi lega,

Col gran defir d' udendo esser beata

L'anima al dipartir prefta raffrena,
Così mi vivo; e così avvolge, e spiega

Lo stame della vita che m' è data,
Questa fola fra noi del ciel Sirena,

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SO NETTO CXXXV. Nasceva nel Petrarca un Pensiero per segni veduti in Laura, che

ella lo doveste ascoltare, come egli per premio dell' amor fuo sperava. Poscia, essendo tante volte itato ingannato gran

fede non prestava a tale speranza. Amor

mor mi manda quel dolce pensiero
Che secretario antico è fra noi due ;
E mi conforta, e dice che non fue

Mai, com' or, presto a quel ch' i' bramo, e fpero. Io, che talor menzogna, e talor vero

Ho ritrovato le parole fue;
Non so s il cređa; e vivomi intra due;

Nè si, nè nò nel cor mi fona intero.
In questa paffa 'l tempo; e nello specchio

Mi veggio andar ver la stagion contraria

A sua impromessa, ed alla mia speranza.
Or fia che può: già sol' io non invecchio:

Già per etate il mio defir non varia:
Ben temo il viver breve che n' avanza.

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SONETTO CXXX VI. Stimolato da desiderio di vedere Laura la va a trovare, e nella

prima giunta, per turbata vista che gli moftra,, reme: posčia, veggendola raserenare, si delibera di palesarle i suoi affanni,

ma per la troppa copia non fa donde cominciare. Pie

ien d'un vago pensier, che mi desvia ** Da tutti gli altri, e fammi al mondo ir solo,

Ad or' ad or'a me stesso m' involo

Pur lei cercando, che fuggir devria;
E veggiola passar sì dolce, e ria,

Che l' alma trema per levarsi a volo;
Tal d' armati fofpir conduce fruolo

Questa bella d'Amor nemica, e mia.
Ben, s'io non erro, di pierate un raggio

Scorgo fra 'l nubiloso altero ciglio;
.C Che’n parte raslerena il cor dogliofo;
Allor raccolgo l'alma; e poi ch'i' aggio.

Di scovrirle il mio mal preso consiglio,
Tanto le ho a dir, che incominciar non oso.
*******

******* **

SONETTO CXXXVII. : Più volte aveva deliberato di raccontare i fuoi affanni a Laura, poi

venutole in presenza, infiammato dalla luce degli occhi di Laura, non aveva potuto dir parola. Or dice che questo gli ar•

viene per troppo amore.
Più volte già dal bel sembiante umano

'T
Ho preso ardir con le mie fide scorte
D'affalir con parole oneste accorte
La mia nemica in atto umile, e piano:

Fanno poi gli occhi fuoi mio pensier vano;

Perch' ogni mia fortuna, ogni mia forte,
Mio ben, mio male, e mia vita, e mia morte

Quei che solo il può far, l' ha posto in mano. Ond' io non pote' mai formar parola

Ch' altro che da me stesso fosse intesa;

Così m'ha fatto Amor tremante, e fioco,
E veggi' or ben, che caritate accesa

Lega la lingua altrui, gli spirti invola.
Chi può dir com' egli arde, è 'n picciol foco.

SONETTO CXXXVIII. Amore l' ha dato in forza di Donna, alla quale nulla giova il por

ger prieghi, anzi nuoce, nondimeno sempre vuole sperare. Giunto m' ha Amor fra belle, e crude braccia,

Che m'ancidono a torto; e s' io mi doglio,
Doppia 'l martír': onde pur, com' io foglio,

Il meglio è ch' io mi mora amando, e taccia: Che poria questa il Ren, qualor più agghiaccia,

Arder con gli occhi, e romper ogni afpro scoglio;
Ed ha si egual alle bellezze orgoglio,

Che di piacer altrui par che le spiaccia.
Nulla poffo levar io per mio'ngegno

Del bel diamante ond' ell' ha il cor si duro;

L'altro è d'un marmo che si mova, e spiri:
Ned * ella a me per tutto 'l suo disdegno,
Torrà giammai

, nè per sembiante oscuro, Le mie fperanze, e i miei dolci fofpiri. * Per Ne,

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Prima fi duole della ’nvidia che sia entrata nel petto di Laura in

guisa, che più nol voglia ascoltare: nondimeno le afferma che per tutti gli sdegni suoi non è per lasciar d'amarla, e di sperare,

inividia, nemica di virtute;
Ch' a' bei principii volentier contrasti;
Per qual sentier così tacita intrasti

In quel bel petto, e con qual' arti il mute?
Da radice n'hai fvelta mia falute:

Troppo felice amante mi moftrasti
A quella che miei preghi umili, e casti

Gradi alcun tempo, or par ch' odj, e refute.
Nè però che con atti acerbi, e rei

Del mio ben pianga, e del mio pianger rida;

Poria cangiar fol' un de' pensier miei:
Non perchè mille volte il di m'ancida,

Fia ch' io non l' ami, e ch' i' non fperi in lei:
Che s'ella mi spaventa, Amor m' affida.

:

SONETTO CXL.
Narra quello che gli avviene, quando vede gli occhi di Laura.
Mirando 'l Sol de begli occhi sereno,

Ov'è chi spesso i mei dipinge, e bagna;
Dal cor l'anima stanca li scompagna,
Per gir nel paradiso suo terreno:

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