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Con leggiadro dolor par ch' ella spiri

Alta pietà, che gentil core stringe:
Oltra' la vista agli orecchi orna, e’nfigne

Sue voci vive, e suoi fanti fofpiri,
Amor', e 'l ver fur, meco a dir che quelle

Ch'i' vidi, eran bellezze al mondo fole,

Mai non vedute più sotto le stelle.
Nè si pietose, e sì dolci parole

Sudiron mai; nè lagrime sì belle
Di si begli occhi uscir mai vide il Sole.

In qual parts del ciel', in quale idea

SONETTO CXXVI. Commenda il volto, i capelli, e le virtù di Laura: soggiunge che

altri non fa che sia divina bellezza, se non chi ha veduti gli oc-
chi di Laura ; nè la Vita, e la Morte amorosa, se non chi l'ha
veduta sospirare, parlare, e ridere.

,
Era l' esempio onde Natura tolle
Quel bel viso leggiadro, in ch'ella volle

Mostrar quaggiù, quanto lassù potea?
Qual Ninfa in fonti, in felve mai qual Dea

Chiome d' oro sì fino all' aura sciolle?
Quand un cor tante in se virtuti accolse?

Benchè la somma è di mia morte rea,
Per divina bellezza indarno mira

Chi gli occhi di costei giammai non vide,

Come foavemente ella gli gira.
Non fa

Amor fana, e come ancide,
Chi non fa come dolce ella sospira,
E come dolce parla, e dolce ride,

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SONETTO CXXVII. Pone la lode del parlare, del riso, degli occhi, del sedere, del gia

cere, e dell'andare di Laura.
Amor', ed io sì pien di maraviglia,

Come chi mai cofa incredibil vide;
Miriam coftei quand' ella parla, o ride;

Che fol sè stessa, e null'al: ra' simiglia.
Dal bel seren delle tranquille ciglia

Sfavillan sì le mie due stelle fide,
Ch'altro lume non è ch' infiammi, o guide

Chi d'amar altamente si consiglia.
Qual miracolo è quel, quando fra l' erba

Quasi un fior fiede? ovver quand' ella preme

Col suo candido seno un verde cespo?
Qual dolcezza è, nella stagione 'acerba

Vederla ir fola coi penfier suoi ’nsieme,
Teflendo un cerchio all' oro terso, e crespo?

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SONETTO CXXVIII.
pasti sparsi; o pensier vaghi, e pronti;
O tenace memoria; o fero ardore;
O possente defire; o debil core;

o occhi miei, occhi non già, ma fonti; O fronde', onor delle famose fronti,

O fola inlegna al gemino valore;
O faticosa vita, o dolce errore,
Che mi fate ir cercando piagge, e monti;

O bel viso, ovo Amor' insieme pose

Gli sproni, e 1 fren' ond' e' mi punge, e volve

Com'a lui piace, e calcitrar non vale;
O anime gentili, ed amorose;

S'alcuna ha'l mondo; e voi nude ombre, e polve;
Deh restate a veder, qual' è 'l mio male.

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SONETTO CXXIX.
Lieti fiori, e felici, e ben nate erbe,

Che Madonna pensando premer fole;
Piaggia, ch' ascolti fue dolci parole,

E del bel piede alcun vestigio serbe;
Schierti arborcelli, e verdi frondi acerbe;

Amorosette, e pallide viole;
Ombrose felve, ove percote il Sole,

Che vi fa co' suoi raggi alte, e superbe;
O soave contrada; o puro fiume,

Che bagni'l suo bel viso, e gli occhi chiari,

E prendi qualità dal vivo lume;
Quanto v' invidio gli atti onesti, e cari!

Non fia in voi scoglio omai; che per costume
D'arder con la mia fiainma non impari.

SSSSSS

SONETTO Cxxx.

Si duole il Petrarca di Laura che voglia tentarlo oltra le forze sue,

nondimeno si contenta di quello che le piace, perchè onore è

morire per bella impresa, purchè voglia efiere amata. Amor; che vedi ogni pensiero aperto,

E i duri palli onde tu fol mi scorgi;
Nel fondo del mio cor gli occhi tuoi porgi

A te palese, a tute' altri coverto.
Sai quel che per seguirti ho già fofferto:

E tu pur via di poggio in poggio forgi
Di giorno in giorno; e di me non e' accorgi,

Che son si stanco, e 'l sentier m'è tropp'erto. Ben veggio di lontano il dolce lume

Ove per afpre vie mi sproni, e giri:

Ma non ho, come tu, da volar piume.
Affai contenti lasci i miei defiri,

Pur che ben defiando i mi consume;
Nè, le, dispiaccia che per lei sofpiri.

SONETTO CXXXI. Mostra il misero fuo fato, prima per comparazione di tutte le co

se che di notte hanno riposo, poscia per la qualità della miseria, Or, che 'l ciel, e la terra, e 'l vento tace,

E le fere, e gli augelli il sonno affrena,
Norte 'l carro stellato in giro mena,
E nel suo letto il mar fenz' onda giace;

Veggio,

Veggio, penso, ardo, piango; e chi mi sface,

Sempre m' è innanzi per mia dolce pena: Guerra è il mio stato, dira, e di duol piena;

E fol di lei pensando ho qualche pace. Cosi fol d'una chiara fonte viva

Move 'l dolce, e l'amaro ond' io mi pasco:

Una man fola mi rifana, e punge.
E perchè 'l mio martír non giunga a riva,

Mille volte il di moro, e mille nasco;
Tanto dalla falute mia fon lunge.

S ON ETTO CXXXII. Commenda quattro cose in Laura, l'andare, gli occhi, il parlare,

ed il portamento della persona. Ciascuna di queste orna d'aCome

ome 'l candido piè per l'erba fresca
I dofei passi onestamente move;
Verrù, che 'ntorno i fior' apra, e rinnove,
Delle tenere piante sue par

ch' esca. Amor, che solo i cor leggiadri invesca,

Nè degna di provar sua forza altrove;
Da' begli occhi un piacer si caldo piove,

Ch' i' non curo altro ben, nè bramo altr'esca E con l'andar, e col foave sguardo

S'accordan le dolcissime parole,

E l'atto mansueco, umile, e tardo.
Di tai quattro faville, e non già fole,

Nasce 'l gran foco di ch' io vivo, ed ardo:
Che fon fatto un'augel notturno al Sole.

M

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