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Per tutto ciò la mente non s' acqueta,

Rompendo 'I duol che 'n lei s'accoglie, e stagna:
Ch’a gran speranza uom misero non crede.

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Commendazione degli occhi di Laura, da' quali è rasserenato

d'ogni affanno. Descrive la forma d' Amore negli occhi, e

dice quello che insegna a lui. Non on d'atra, e tempestosa onda marina

, Fuggio in porto giammai stanco nocchiero; i Com' io dal fofco e torbido pensiero

Fuggo, ove 'l gran desio mi sprona, e ’nchina: Nè mortal vista mai luce divina

Vinse; come la mia quel raggio altero
Del bel dolce soave bianco e nero,

In che i suoi ftrali Amor dora, ed affina.
Cieco non già, ma faretrato il veggo;

Nudo, se non quanto vergogna il vela;

Garzon con l' ali, non pinto, ma vivo,
Indi mi mostra quel ch'a molti cela:

Ch' a parte a parte entr' a' begli occhi leggo
Quant' io parlo d'Amore, e quant' io scrivo,

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SONETTO CXIX.

Vuole inducere Laura o a liberarlo dal suo amore, o a trattarlo

bene: cioè o a sempre mostrargli vista fiera, o lieta; col minacciarla che, tenendolo più in bisiento, egli s'ucciderà.

Questa umil fera, un cor di tigre, o d' orsa;

Che 'n vista umana, e 'n forma d' angel vene;
In riso, e'n pianto, fra paura, e spene

Mi rota sì, ch'ogni mio stato inforsa.
Se 'n breve non m'accoglie, o non mi smorsa,

Ma pur, come suol far, tra due mi tene;
Per quel ch'io sento al cor gir fra le vene

Dolce veneno, Amor, mia vita è corsa.
Non può più la vertù fragile, e stanca

Tante varierati omai soffrire:

Che'n un punto arde, agghiaccia, arrosla, e 'mbianca. Fuggendo spera i suoi dolor finire;

Come colei che d' ora in ora manca:
Che ben può nulla chi non può morire.

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SONETTO CXX.

Deliberazione di raccontare lo stato fuo a Laura ancora

una volta, dopo il qual raccontamento o troverà pietà, o succiderà. Nondimeno spera per alcuni segnali bene. Ite, caldi fofpiri, al freddo core:

Rompete il ghiaccio che pietà contende;
E, se prego mortale al ciel s'intende,
Morte, o mercè fia fine al mio dolore,

Ite, dolci pensier, parlando fore,

Di quello ove 'l bel guardo non s'estende:
Se

pur sua asprezza, o mia stella n'offende, Sarem fuor di speranza, e fuor d'errore. Dir si può ben per voi, non forfe appieno,

Che 'l nostro stato è inquieto, e fosco;

Siccome 'l fuo pacifico, e fereno.
Gite fecuri omai; ch': Amor ven vosco:

E ria fortuna può ben venir meno;
Sa i segni del mio Sol l'aere conosco.

SONETTO CXXI. Commendazione degli occhi di Laura dalla cura de’ Formatori, dallo

allegrezza che ne prende la Natura, e 'l Sole, dal lampeggiare divino, dal dare qualità all'Aere, e dal movere l'uomo ad

onestà. Le se stelle, e 'l cielo, e gli elementi a prova Tutte lor' arti, ed ogni estrema cura Poser nel vivo lume in cui Natura

Si specchia, e 'l Sol, ch'altrove par non trova. L'opra è sì altera, si leggiadra, e nova,

Che mortal guardo in lei non s'assicura ;
Tanta negli occhi bei for di misura

Par ch' Amor' e dolcezza, e grazia piova.
L'aere percosso da' lor dolci rai

S'infiamma d'onestate; e tal diventa,

Che 'l dir noftro, e 'l pensier vince d' aflai.
Basso defir non è ch' ivi si senta,

Ma d'onor, di virtute. Or quando mai
Fu per fomma beltà vil voglia fpenta?

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I quattro Sonetti feguenti sono d'una materia, cioè del pianto di

Laura o per la Madre, o per lo Padre, o per altra cara persona.

on fur mai Giove, e Cesare si mossi
A fulminar colui, questo a ferire,
Che pietà non avesle spente l'ire,

E lor dell'usat' arme ambeduo scoffi.
Piangea Madonna; e 'l mio Signor, ch' io fossi,

Volse, a vederla, e suoi lamenti a udire;
Per colmarmi di doglia, e di defire,

E ricercarmi le midolle, e gli osli.
Quel dolce pianto mi dipinse Amore,

Anzi scolpio, .e que' derti foavi

Mi scrisse entr'un diamante in mezzo 'l core;
Ove con falde, ed ingegnose chiavi

Ancor torna fovente a trarne fore
Lagrime rare, e fofpir lunghi e gravi.

XXX

{
SONETTO CXXIII.
U vidi in terra angelici costumi,

E celesti bellezze al mondo sole,
Tal, che di rimembrar mi giova, e dole:

Che quant' io miro par fogni, ombre, e fumi:
E vidi lagrimar que' duo bei lumi

Chan fatto mille volte invidia al Sole:
E udì sospirando dir parole
Che farian gir i monti, e star i fiumi,

1

Amor, fenno, valor, pietate, e doglia

Facean piangendo un più dolce concento

D' ogni altro che nel mondo udir fi foglia: Ed era 'l cielo all' armonia sì ’ntento,

Che non si vedea in ramo mover foglia ;

Tanta dolcezza avea pien l' aere, e 'l vento. Calcolat.

doo

SONETTO CXXIV.

Q

uel sempre acerbo, ed onorato giorno
Mandò sì al cor l'immagine sua viva;
Che 'ngegno, o stil non fia mai che 'l descriva:

Ma fpeflo a lui con la memoria torno.
L'atto d'ogni gentil pietate adorno,

E 'l dolce amaro lamentar ch' i' udiva,
Facean dubbiar, fa mortal donna, o diva

Fosse che 'l ciel rafserenava intorno.
La testa or' fino; e calda neve il volto;

Ebeno i cigli; e gli occhi eran due stelle,

Ond' Amor l'arco non tendeva in fallo;
Perle, e rose verniglie, ove l'accolto

Dolor formava ardenti voci, e belle;
Fiamma i fofpir; le lagrime cristallo.

SONETTO CXXV.
Ove

ve ch' i' pofi gli occhi laffi, o giri
Perd

quetar la vaghezza che gli spinge;
Trovo chi bella donna ivi dipinge,
Per far sempre mai verdi i miei deliri.

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