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SONETTO CXII.

A Sennuccio scrive la cagione, perchè, ancorachè Laura non sia

bella, come prima, nondiineno egli ne fia innainorato piucche mai; la quale è che bella oltra misura la vide la prima volta, e tiene nella memoria quella prima idea.

è così bello il Sol giammai levarsi,
Quando 'l ciel fosse più di nebbia scarco;
Nè dopo pioggia vidi 'l celeste arco

Per l'aere in color tanti variarfi;
In quanti fiammeggiando trasformarsi

Nel di ch' io prefi l'amoroso incarco,
Quel viso al qual (e son nel mio dir parco)

Nulla cosa mortal pote agguagliarsi. l' vidi Amor, ch' e' begli occhi volgea

Soave sì, ch' ogni altra vista oscura

Da indi in quà m'incominciò apparere.
Sennuccio, il vidi, e l'arco che tendea,

Tal, che mia vita poi non fu secura,
Ed è şi vaga ancor del rivedere.

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SONETTO CXIII. Pommi ommi ove 'l Sol' occide i fiori, e l' erba;

l ; O dove vince lui 'l ghiaccio, e la neve: Pommi ov' è 'l carro suo temprato, e leve; Ed ov'è chi cel rende, o chi cel serba:

La

Pomm' in umil fortuna, od in fuperba;

Al dolce aere sereno, al fosco e grave:
Pommi alla notte; al di lungo, ed al breve;

Alla matura etate, od all'acerba :
Pomm' in cielo, od in terra, od in abisso;

In alto poggio; in valle ima e palustre;

Libero spirto, od a' suoi membri affiffo:
Pommi con fama oscura, o con illustre:

Sarò qual fui: vivrò com' io son visso,
Continuando il' mio sospir trilustre.

OC*000000000000000

SONETTO CXIV. Dopo molte gloriose appellagioni, nelle quali si contengono le

lodi dell' Anino, e del Corpo di Laura, li duole di non potere fcrivere in lingua, che la fama sua fi fparidese per cutto il Mondo. Ma promette, per la lingua Vulgare, che tutta Italia

il saprà. O d'ardente virtute ornata,

e calda Alma gentil, cui tante carte vergo; O fol già d'onestate intero albergo,

Torre in alto valor fondata, e falda;
O fiamma; o rofe fparfe in dolce falda

Di viva neve, in ch' io mi specchio, e tergo:
O piacer' onde l'ali al bel viso ergo,

Che luce sovra quanti 'l Sol ne scalda;
Del vostro nome, se mie rime intese

Foffin si lunge, avrei pien Tile, e Battro,
La Tana, il Nilo, Atlante, Olimpo, e Calpe:

1

Poi che portar nol posso in tutte quattro

Parti del mondo; udrallo il bel paese
Cho Apennin parte, e 'l Mar circonda, e l'Alpe.

SONETTO CXV.

Racconta quello che gli avviene, quando va a vedere Laura con

tra volontà di esla Laura, che per lo più lo spaventa con vista orribile: ma nondimeno ancora alcuna volta, mossa a compassione, con lieta vista lo confola.

Qua

uando 'l voler che con duo fproni ardenti,
E con un duro fren mi mena,

e régge,
Trapassa ad or' ad or l' usata legge

Per far in parte i miei fpirti contenti;
Trova chi le paure, e gli ardimenti

Del cor profondo nella fronte legge;
E vede Amor, che fue imprese corregge,

Folgorar ne' turbati occhi pungenti:
Onde, come colui che 'l colpo teme

Di Giove irato; fi ritragge indietro;

Che gran temenza gran desire affrena:
Ma freddo foco, e paventofa fpeme

Dell' alma, che traluce come un vetro,
Talor sua dolce vista rafferena.

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SONETTO CXVI. Commendazione del luogo di Valchiusa, dove appresso il Fonte

aveva piantato un Lauro. Non Telin, Po, Varo, Arno, Adige, e Tebro,

Eufrate, Tigre, Nilo, Ermo, Indo, e Gange,
Tana, Iftro, Alfeo, Garonna, e'l mar che frange,

Rodano, Ibero, Ren, Senna, Albia, Era, Ebro;
Non edra, abete, pin, faggio, o ginebró
Poria 'l foco allentar che 'l cor tristo

ange; Quant' un bel rio ch' ad ogni or meco piange,

Con l'arboscel che 'n rime orno, e celebro. Quest' un soccorso trovo tra gli affalti

D'Amore, onde conven ch' armato viva

La vita che trapassa a si gran falti.
Così cresca 'l bel Lauro in fresca riva;

E chi'l piantò, pensier leggiadri, ed alti
Nella dolce ombra al suon dell' acque scriva.

BALLATA X. Dopo la dimostrazione della piacevolezza di Laura domanda per

chè fofpiri, se i sospiri nafcevano dall'asprezza di Laura. Risponde che vero è che Laura è più piacevole, ma che i sospiri nascono ora dal difio che cresce quanto più cresce la

speranza nutrita dalla piacevolezza. Di

i tempo in tempo mi si fa men dura
L'angelica figura, e 'l dolce riso;
E l' aria del bel viso,
E degli occhi leggiadri meno oscura.

.

Che fanno meco omai questi fofpiri,

Che nascean di dolore,
E moftravan di fore
La mia angosciofa, e disperata vita?
S'avven che 'l volto in quella parte giri,
Per acquetar il core;
Parmi veder Amore
Mantener mia ragion', e darmi aita:
Nè però trovo ancor guerra finita,
Nè tranquillo ogni stato del cor mio:
Che più m' arde 'I delio,

Quanto più la speranza m' assicura,
ba ...bla.

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SONETTO CXVII.

Ragiona il Petrarca con l’ Anima fua, e la domanda, siccome

quella che è divina, che gli ’ndovini se debba inai avere pace, a tregua, o pur sempiterna guerra. L'Anima difende Laura, ed il Petrarca l'accusa, e conchiude che non ispera mai

d' avere pace. Che

he fai, alma? 'che pensi? avrem mai pace? Ayrem mai tregua? od avrem guerra eterna? Che fia di noi, non so: ma in quel ch'io scerna,

A’ suoi begli occhi il mal nostro non piace.
Che prò; fe con quegli occhi ella ne face

Di staté un ghiaccio, un foco quando verna?
Ella non; ma colui che gli governa.

Questo ch'è a noi; s'ella fel vede, e tace? Talor tace la lingua; e 'l cor fi lagna

Ad alta voce, e'n vista asciutta, e lieta
Piagne dove mirando altri nol vede,

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