網頁圖片
PDF
ePub 版

Amorì nell' alma, ov'ella signoreggia,

Raccele il foco, e spente la paura:
Che farei dunque, gli occhi suoi guardando?

[ocr errors]

SONETTO XCI.
Dell.empia Babilonia, ond' è fuggita

Ogni vergogna, ond' ogni bene è fori;
Albergo di dolor, inadre d'errori,

Son fuggit'io per allungar la vita.
Qui mi sto solo; e, come Amor m' invita,

Or rime, e versi, or colgo erbette, e fiori,
Seco parlando, ed a' tempi migliori

Sempre pensando; e questo fol m'aita.
Nè del vulgo mi cal, nè di fortuna,

Ne di me molto, nè di cosa vile;

Nè dentro sento, nè di fuor gran caldo:
Sol due persone cheggio; e vorrei l' una

Col cor ver me pacificato, e umile;
L'altro col pie, liccome mai fu, faldo.

SONETTO XCII. ET Laura per cellare il sole fi rivolle, e per avventura dall' altro lato

era il Petrarca ; ed in quella un nuviletto occupò lo fplendore del Sole. Finge adunque' il Petrarca che il Sole ; ' liccome amante di Laura, abbia avuto a male questo rivolgimento

verso lùi,, ficcome fuo avversario, e per invidia hi coprisse. in mezzo di duo' amanti onesta altera

Vidi una Donna, e quel Signor con lei
Che fra gli uomini regna, e fra gli dei;
E dall' un lato il Sole, . io dall'altro era,

[ocr errors]

Poi che s'accorse chiusa dalla spera

Dell' amico più bello; a gli occhi' miei
Tutta lieta li volse: e ben vorrei,

Che mai non fosse inver di me pịù fera.
Subito in allegrezza si converse

La gelosia che 'n fu la prima vista

Per si alto avverfario al cor mi nacque:
A lui la faccia lagrimosa, e trista

Un nuviletto intorno ricoverse;
Cotanto l'esser vinto li dispiacque,

1

SONETTO XCIII.,
Torna il Petrarca da visitar Laura,' e racconta come viene pieno

di quella dolcezza medefiina, che prese il primo di, che la
vide; e che la mente non può pensare ad altro che a lei;
e che giunto a Valchiusa gli torna a mente quel giorno, che

egli la vide.
Pien

ien di quella ineffabile dolcezza
Che del bel viso "trassen gli occhi miei
Nel dì che volentier chiusi gli avrei

Per non mirar giammai minor bellezza;
Lassai quel ch' i' più bramo: ed ho si avvezza

La mente a contemplar fola costei; i
Ch’ altro non vede; e ciò che non è lei,

Già per antica usanza odia, e disprezza.
In una valle chiusa d' ogn' intorno,

Ch' è refrigerio de fofpir miei lasli,
Giunfi fol con Amor penfofo, e tardo:

[ocr errors]

Ivi non donne, ma fontane, e fasli,

E l'immagine trovo di quel giorno,
Che 'l penlier mio figura ovunqu'io sguardo.

XXX

SONETTO XCIV.

In Valchiusa abitava il Petrarca di verso Avignone. Fuori della

Valle abitava Laura. La Valle di verso Laura, ed Avignone cra ferrata d'un falso erto, nel quale però fi montava dalla parte del Petrarca pianamente. Or dice che, se il fatto avesse volte le spalle, cioè la montata piacevole, dove ha l’ertezza, i fuoi sospiri più agevolinente andrieno a Laura, che loro conviene fare un como: ed i suoi occhi, perchè loro è tolta la veduta de' luoghi di Laura, non gli davan pianto, nè affanno a' piedi

per riandare in luogo, donde poslano vedere i luoghi di Laura. Se'i

e 'l fallo ond' è più chiusa questa valle,
Di che 'l suo proprio nome si deriva,
Tenesse volto per natura schiva

A Roma il viso, ed a Babel le spalle;
I miei sospiri più benigno calle

Avrian per gire ove lor fpene è viva:
Or vanno sparsi; e pur ciascuno arriva

Là dov'jo 'l mando; che fol' un non falle:
E son di là si dolcemente accolti,

Com' io m'accorgo; che nessun mai torna;

Con tal diletto in quelle parti stanno.
Deggli occhi è 'l duol; che tosto che s'aggiorna,

Per gran desio de' be' luoghi a lor tolti
Danno a me pianto; ed a' piè lassi affanno.

XXX

SONETTO XCV. Conturtochè li volga il sestodecimo anno del suo affanno, ed abbia

nojosa vita, e li fia provato di lasciare Laura, non muta pro

ponimento d'amare Laura.
Rimanfi addietro il festodecim anno

De' miei fofpiri; ed io trapaslo innanzi
Verso l'estremo; e parmi che pur dianzi

Fosse 'l principio di cotanto affanno.
L'amar' m' è dolce, ed util''il mio danno,

E’l viver grave; e prego, ch'egli avanzi
Lempia fortuna; e temo, non chiuda anzi

Morte i begli occhi che parlar mi fanno.
Or qui fon lasso, e voglio esser altrove;

E vorrei più volere, e più non voglio;

E per più non poter, fo quant' io posso;
E d'antichi desir lagrime nove

Provan, com' io fon pur quel ch' i' mi soglio:
Nè per mille rivolte ancor fon moslo.

do CANZONE X11. Scrive fotto figura d'innamoramento il desiderio suo di Gloria,

la quale egli riputò un tempo il sovrano bene, ed alcuni ac• cidenti avvenutigli in questo innamoramento, ponendo la Glo

ria essere Donna, e Sorella della Virtù. U

na donna più bella aslai che 'l Sole,
E più lucente, e d'altrettanta etade,
Con famosa beltade
Acerbo ancor mi traffe alla sua schiera:
Questa in pensieri, in opre, ed in parole ;

Però ch' è delle cose al mondo rade;
Questa per mille strade
Sempre innanzi mi fu leggiadra altera:
Solo
per

lei tornai da quel ch' i' era,
Poi ch' i' foffersi gli occhi suoi da presso:
Per suo amor m'er' io messo
A faticosa impresa assai per tempo,
Tal, che s' i' arrivo al desiato porto,
Spero per lei gran tempo,

Viver quand' altri mi terrà per morto.
Questa mia donna mi meno molt' anni

Pien di vaghezza giovenile ardendo,
Siccom' ora io comprendo,
Sol per aver di me più certa prova,
Mostrandomi pur l'ombra, o 'l velo, o' panni
Talor di sè; ma 'l viso nascondendo:
Ed io, lasso, credendo.
Vederne affai; tutta l'età mia nova
Passai contento; e 'l rimembrar mi giova,
Poi ch' alquanto di lei veggio or più innanzi,
l' dico, che pur dianzi,
Qual' io non l'avea vista infin' allora,
Mi fi scover fe: onde mi nacque un ghiaccio
Nel core; ed evvi ancora,

'1 E farà sempre fin ch' i'le sia in braccio. Ma non mel tolse la paura, o 'l gielo:

Che pur tanta baldanza al mio cor diedi;
Ch'i le mi ftrinsi a' piedi,
Per più dolcezza trar degli occhi fuoi:
Ed ella, che rimosso avea già il velo
Dinanzi a' miei, mi disse: Amico, or vedi,
Com' io fon bella; e chiedi,

« 上一頁繼續 »