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SONETTO LXXXIV. Si duole che gli occhi di Laura gli lieno sempre presenti, e sempre

ho'ncendano. Prima moftra lo 'ncendimento efferé grande: appreflo mostra che non lo può cellare, e perchè dentro nel petto gli ha per iminaginazione, e di fuori ogni cosa gli rapprésenta. Volendo intendere del Sole, del bianco, e del nero delle Stelle. on veggio, ove scampar mi possa omai; Si lunga guerra i begli occhi mi fanno: Ch'io temo, laslo, nò 'l soverchio affanno

Diftrugga 'l cor, che triegua non ha mai Fuggir vorrei: má gli amorosi rai

Che di, e notte nella mente stannon ir) Risplendon și, ch'al quintodecim annon

M' abbaglian più, che'l primo giorno assai: E l'immagini lor fon sì cosparte,

Che volver non mi pofio ov' io non veggia

O quella, o fimil' indi accesa luce,
Solo d'un Lauro tal selva verdeggia:

Che'l mio avversario con mirabil arte
Vago fra i rami, ovunque vuol, m'adduce.

نہ ہوا

SONETTO LXXXV. Era avvenuto che Laura non folamente non l'aveva fuggito, ma,

fermatasi, l'aveva pierosamente riguardato. Di ciò dice di doversene, come conoscitor del favore, sempre ricordare, e con gentil

modo domanda ancora maggior cola, cioè o lagrimetta, o fofpiro. Avventuroso più d' altro terreno,

Ov’Amor vidi già fermar le piante,
Ver me volgendo quelle luci sante
Che fanno intorno a sè l' aere sereno:

Prima poría per tempo venir meno

Un'immagine falda di diamante;
Che l'atto dolce non mi ftia davante

Del qual ho la memoria, e 'l cor sì pieno:
Nè tante volte ti vedrò giammai,

Ch' i' non m'inchini a ricercar dell'orme

Che 'l bel piè fece in quel cortese giro,
Ma se'n cor valoroso Amor non dorme;

Prega Sennuccio mio, quando 'l vedrai,
Di qualche lagrimetta, o d' un sospiro.

000000000000000000000000

SONETTO LXXXVI. In commendazione del luogo, dove aveva veduta Laura verso lui

pietofa, dice che truova quivi refrigerio di tutti gli affanni amo

rosi per la memoria del bene, che già vi vide. Laffo

, quante fiate Amor" m' affale;
Che fra la notte, e 'l dì son più di mille;
Torno dovoarder vidi le faville

Che 'l foco del mio cor fanno immortale.'
Ivi m'acqueto: e fon condotto a tale,

I
Ch'a nona, a vespro, all' alba, ed alle squille*
Le trovo nel pensier tanto tranquille, ion

Che di null'altro mi rimembra, o cale.
L'aura soave che dal chiaro viso

Move col suon delle parole accorte,

Per far dolce fereno ovunque spira; * Squille pone per l'ora della sera, quando in alcuni luoghi di

fuona per l'Ave Maria,

Quasi un spirto gentil di paradiso,

Sempre in quell' aere par che mi conforte;
Sì che 'l cor lasso altrove non respira.

SONETTO LXXXVII.

Commendazione d'un faluto. Perseguita le lodi di quel luogo

soprannominato. Or dice che, fentendo che Amore il voleva affalire, per troppo defiderio se n'era andato nel luogo, dove trovava refrigerio, e stava pensando alle venture avute in quel luogo, quando maggior ventura gli avvenne; cioè, che fu falutato da Laura, e fopraggiunto nella guila, che tuona, e

balena in un punto.
Perseguendorni Amor” al luogo usato;

Ristretto in guisa d’uom ch' aspetta guerra,
Che si provvede, e i passi intorno serra,

De' mie’antichi pensier mi stava armato:
Vollimi: e. vidi un'ombra, che da lato

Stampava il Sole; e riconobbi in terra
Quella che, fe 'l giudicio mio non erra,

Era più degna d' immortale stato. ľ dicea fra mio cor: Perchè paventi?

Ma non fu prima dentro il pensier giunto,
Che i raggi ov’io mi struggo, eran presenti

.
Come col balenar tona in un punto,
Così fu' io da' begli occhi lucenti

,
E d'un dolce faluto infieme aggiunto.

SONETTO LXXXVIII. Coinmendazione di quel medesimo saluto, di che parlava nel

Sonetto precedente. Narra prima che cosa egli facefle, quando gli fopravvenne Laura; poi come inipallidi nella giunta, onde ella per confortarlo gli mostrò pietota, e riguardollo, e talu

tollo: ma egli fi spaventò alla potenza del laiuio, e della vista. La Donna che'l mia cor nel viso porta,

Là dove sol fra bei pensier d'amore
Sedea, m'apparve; ed io, per farle onore,

Mossi con fronte reverente, e fmorta.
Tofto che del mio stato fussi accorta,

A me si volse in sì novo colore,
Ch'avrebbe a Giove nel maggior furore

Tolto l' arme di mano, e l' ira morta.
I'mi riscolli: ed ella oltra, parlando,

Passò; che la parola i non foffersi,
Nè 'l dolce sfavillar degli occhi suoi.

i Or mi ritrovo pien di sì diversi

Piaceri in quel faluto ripensando;
Che duol non sento, nè sentü ma' poi.

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SONETTO L X X X I X.
Significa' il suo stato a Sennuccio, il quale divide, nel mal tratta-

mento, e nel trápallamento della vita.
Sennuccio, i' vo' che fappi, in qual maniera

Trattato fono, e qual vita è la mia.
Ardomi, e struggo ancor, com' io solía:
Laura mi volve; e fon pur quel ch'i' m'era.

HS

Qui tutta umíle, e qui la vidi altera;

Or' aspra, or piana, or dispierata, or pia;
Or veitirli oneftate, or leggiadria;

Or mansueta, or disdegnofa, e fera.
Qui cantò dolcemente; e qui s'oflife:

Qui si rivolfe; e qui rattenne il passo:

Qui co‘begli occhi mi trafifle il core:
Qui disse una parola; e qui sorrise:

Qui cangiò 'l viso. In questi penfier, laffo!
Norte, e di tiemmi il signor nostro Amore.

SONETTO XC. Partito da Sennuccio che doveva essere, per quanto fi può com

prendere , in Avignone, venne a Valchiusa, e per la via fu sopraggiunto da un fortunal tempo. Ora gli significa che non ha paura di folgorare; nè perchè sia presso a Laura li truova spento il suo amore ; che, per non potere tollerare la lontananza, fi doveva essere partito da Sennuccio. Perciocchè dove è l' Aura, fulmini, e rio tempo non è da temere, e dove è l' Aura, più s'accende il Fuoco: che il picciolo Ven

ticello il nutrica, e il troppo grande lo spegne. Qui

, dove mezzo fon, Sennuccio mio,
(Così ci foss' io intero, e voi contento)
Venni fuggendo la tempesta, e 'l vento,

C'hanno subito fatto il tempo rio.
Qui fon securo: e vovvi dir, perch' io

Non, come foglio, il folgorar pavento;
E perchè mitigato, non che spento,

Nè mica trovo il mio ardente desio,
Tosto che giunto all' amorosa reggia

Vidi, onde nacque Laura dolce,- e pura,
Ch'

acqueta l'aere, e mette i tuoni in bando;

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