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Ma 'l bel viso leggiadro che dipinto

Porto nel petro, e veggio ove ch'io miri;
Mi sforza: onde ne' primi empj martiri

Pur fon contra mia voglia risospinto.
Allor' errai quando l' antica strada

Di libertà mi fu precisa, e tolta:

Che mal si segue ciò ch'a gli occhi aggrada. Allor corse al suo mal libera, e fciolta 1.

Of a posta d'altrui conven che vada 6
L'anima, che peccò fol' una volta.

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SONETTO LXXVI.

i Seguita questo Sonetto il precedente, avendo detto che aveva per

duta la libertà, e che contra sua voglia era sforzato a seguire l'amore di Laura. ' Pone l'infelicità del suo stato lervo, il quale pare tanto più infelice, quanto lo stato della libertà era più bello.

SL Foot Ah, bella libertà, come' tu m' hai

is Partendoti da me mostrato, quale

Era 'l mio stato quando-'l primo ftrale fi - Fece la piaga ond'io non guarrò mai buntis... Gli occhi invaghiro allor sì de' lor guai,

Che 'I fren della ragione ivi' non vale;
Perc? hanno a schifo ogni opera mortale:

Lasso, così da prima gli avvezzai..
Nè mi lece ascoltar chi non ragiona

Della mia morte: che sol del suo nome
Vo empiendo l'aére, che si dolce suona.

Amor in altra parte non mi sprona;

Nè i piè fanno alçra via, nè le man, come
Lodar si possa in carte altra persona.

SONETTO LXXVII.

Confola Orso che, dovendo combattere, per giusto impedimento

non potè comparire in campo il di della Giornata, dicendo che, perchè il corpo sia ritenuto, il cuore però è in campo e cosi stima ogn'uno, che per paura non sia restato di venire, ma per

ragionevole cagione.
Orlo, al vostro destrier fi può ben porre

Un fren, che di suo corso indietro il volga;
Ma 'l cor chi legherà, che non si sciolga;

Se brama onore, e'l suo contrario abborre?
Non sofpirate: a lui non si può torre

Suo pregio, perch' a voi l'andar fi tolga;
Che, come fama pubblica divolga,

Egli è già là, che null altro il precorre.
Basti che si ritrove in mezzo '1

campo Al destinato dì, fotto quell' arme

Che gli dà il tempo, Amor, virtute, e 'l sangue; Gridando: D'un gentil desire avvampo

Col signor mio, che non può seguitarme;
E del non efler qui fi ftrugge e langue.

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ESSSSSSSSSSSSS

SONETTO LXXVI11. Conforta un'Amico a lasciar l'amore delle cose mondane, e a rio

volgersi a Dio. Biafima il Mondo. Insegna la via da rivolgerli

a Dio. Confefa d' insegnare a lui la via, ed egli non la fapere. Poi che voi, ed io più volte abbiam provato,

Come 'l nostro sperar torna fallace;
Dierr' a quel sommo ben, che mai non spiace,

Levate'l core a più felice stato.
Questa vita terrena è quafi un prato,

Che 'l serpente tra fiori, e l'erba giace;
E s'alcuna sua vista a gli occhi piace,

E' per lafler più l' animo invescato,
Voi dunque, se cercate aver la mente,

Anzi Y estremo di queta giammai;

Seguite i pochi, e non la volgar gente.
Ben si può dire a me; Frate, tu vai

Mostrando altrui la via, dove sovente
Fofti smarrito, ed or fe' più che mai.
000000000-00*600******

SONETTO LXXIX.
Racconta molte cose che gli sono cagione di pianto. Due fenestre,

una di verso Mezzodi, e l'altra di verso Settentrione. Un Sas: so, dove sedeva Laura di Merigge. Il luogo, dove st innamoro. La Primavera. L'immagine del volto, e le parole, forse perchè gli ricordavano il fuo errore, del qual li pentiva, come mostra nel Sonetto passato, e nel seguente.

uella fenestra ove l' un Sol si vede
Quando a lui piace, e l'altro in fu la nona;
E quella dove l' aere freddo suona
Ne brevi giorni, quando Borea 'l fiede;

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El faslo ove a gran di penfofa siede

Madonna, e sola feco si ragiona;
Con quanti luoghi fua hella persona

Copri mai d'ombra, o disegnò col piede;
E 'l fiero passo ove m' aggiunse Amore;

E la nova stagion, che d'anno in anno

Mi rinfresca in quel dì l' antiche piaghe;
E'l volto, e le parole che mi stanno

Altamente confitte in mezzo 'l core;
Fanno le luci mie di pianger vaghe,

tookte

SONETTO LXXX.

Lallo

, ben fo, che dolórofe prede

Spera dopo il quattordecimo anno d'aversi a liberare. Annovera

le cagioni, per le quali dovrebbę levarli da questo amore, che sono le morti immature, a cui è soggetto l'Uomo: che anco, rachè li viva, nondimeno l' allegrezze non istantio in uno stato : che egli è mal cambiato, e perciò per dolore è all'estremo. Che la morte matura viene tacitamente in guisa, che sarà colto sprovvedutamente, senza essersi mai rivolto a Dio.

I
Di noi fa quella ch'a null' uom perdona;
E che rapidamente n' abbandona

Il mondo, e picciol tempo ne tien fede,
Veggio a molto languir poca mercede;

E già. l' ultimo di nel cor mi tuona:
Per tutto questo, Amor non mi sprigiona;

Che l' usato tributo a gli occhi chiede.
So, come i dì, come i momenti, e l'ore

Ne portan gli anni; e non ricevo 'nganno,
Ma forza alla maggior che d' arti maghe.

La voglia e la ragion combatrut' hanno

Sette, e sett' anni; e vincerà il migliore;
S'anime fon quaggiù del ben prelaghe.

SONETTO LXXXI.

Il Petrarca risponde ad alcuni che lo giudicavano essere contento,

e godere dentro, perchè di fuori ridesse, e cantafle, che ne chi piange, come Cesare, è trifto dentro, nè chi ride, come An

nibale, è allegro dentro.
Cefare poi che 'l traditor d'Egitto

Li fece il don dell'onorata testa,
Celando l' allegrezza manifefta

Pianse per gli occhi fuor, ficcome è scritto:
Ed Annibal, quand' all' imperio afflitto

Vide farfi fortuna sì molefta,
Rise fra gente lagrimofa, e mesta,

Per isfogare il suo acerbo despitto:
E così avven, che l'animo ciascuna

Sua passion fotto 'l contrario manto

Ricopre con la vista or chiara; or bruna. Però, s'alcuna volta i' rido, o canto; Facciol perch' i' non ho se non quest

' una Via da celare il mio angosciolo pianto.

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