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Era stato detto al Petrarca, che la bellezza di Laura a certo tempo

non meritava d'essere da lui amata cosi focofamente; perciocchè non era di quel sommo grado, che poteva essere. Il Petrarca dipinge quale ella folle la prima volta, che la vide; e loda particolarmente i capelli, gli occhi, e 'l viso, l'andare, e le parole; e generalmente assomigliandola ad uno Spirito Celeste, ed a un vivo Sole. Poscia dice che però meno non arde, perchè ora non sia tale, come meno non è altri ferito,

perchè dopo il colpo Parco fi stende. Erano i capei d'oro all' aura sparsi

, Che 'n mille dolci nodi gli avvolgea: E'l vago lume oltra misura ardea

Di quei begli occhi ch' or ne fon si scarsi;
E 'l viso di piecosi color farsi

,
Non so se vero, o falso mi parea:
I che l'esca amorosa al petto avea,

Qual maraviglia, se di subit' arsi?
Non era l'andar suo cosa mortale,

Ma d'angelica forma; è le parole

Sonavan' altro, che pur voce umana.
Uno spirto celeste, un vivo Sole

Fu quel ch' i' vidi: e se non fosse or tale;
Piaga per allentar d'arco non fana.

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SONETTO LXX. Conforta chiechesia dopo-la morte della sua Donna' a rivolgersi a

Dio. Prima pruova dalla vita, che ella lia in Cielo, laddove il conforta che egli fi dirizzi, lasciando di vaneggiarle dietro; e fimilmente lasciando P altre cure del Mondo; si perchè per l'esempio della morta Donna vede che si muore; si perchè

non ci rechiamo cola alcuna con esso noi di questo Mondo. La sa bella Donna che cotanto amavi,

Subiramente s'è da noi partita ;
E, per quel ch' io ne fperi, al ciel falita ;

Sì furon gli atti tuoi dolci e soavi.
Tempo è da ricovrare ambe le chiavi

Del tuo cor, ch'ella possedeva in vita;
E seguir lei per via dritra, e spedira.

Peso terren non fia più che t'aggravi.
Poi che fe' sgombro della maggior falma,

L'altre puoi giuso agevolmente porre,

Salendo quali un pellegrino fcarco, Ben vedi omai, ficcome a morte corre ; Ogni cosa creara, e quanto all

' alma Bisogna ir lieve al periglioso varco.

SONETTO LXX 1. Per la morte di M. Cino da Pistoja invita a piangere tutti coloro,

e quelle cose che ne fentono danno; Donne, Amore, Amanti, tra quali ripone le , le Rime, i Cittadini Pistoleli; e conforta il Ciel folo a rallegrarsi, dove è andato. Piangere, donne, e con voi pianga Amore;

Piangere, amanti, per ciascun paese;
Poi che morto è colui che tutto intele
In farvi, mentre visse al mondo, onore.

Io per me prego il mio acerbo dolore,

Non lian da lui le lagrime contese;
E mi sia di sospir tanto cortese,

Quanto bisogna a disfogare il core.
Piangan le rime ancor, piangano i verfi;

Perchè 'l nostro amoroso Mesler Cino

Novellamente s'è da noi partito,
Pianga Pistoja, 'e i cittadin perversi,

Che perdut' hanno si dolce vicino,
E rallegres' il Cielo, ov elli è gito. ,

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Questo Sonetto è proemio del seguente. Nel tempo adunque

che il Petrarca era, se non libero da Amore, almeno non tormentato, ed era lontano dalla vista di Laura, vide due Amanti fcolorarsi in un punto, e farli vivi, e morti. Ora Amore gli dille più volte, che scrivelle in Rime care, e pregiate questo atto ficcome fomma lode d'Amore. E perchè il Petrarca pareva che lento fi inoveffe ad obbedirgli, gli minaccia di trattario male, fe lo può condurre alla presenza di Laura. Laonde il Petrarca compose seguente Sonetto,

del quale questo è fcufa, e cagione, perchè l' abbia fcriteo. Più volte Amor m'avea già detto: Scrivi,

Scrivi quel che vedesti, in lettre d'oro;
Siccome i miei seguaci difcoloro,

E’n un momento gli fo morti, e vivi.
Un tempo fu che 'n te stesso 'l sentivi,

Volgaré esempio all' amoroso coro:
Poi di man mi ti tolfe altro lavoro;
Ma già ti raggiuns' io mentre fuggivi:

E s'e' begli occhi ond' io mi ti mostrai,

E là dov'era il mio dolce ridutto,

Quando ti ruppi al cor tanta durezza,
Mi rendon l'arco ch' ogni cosa spezza;

Forse non avrai sempre il viso asciutto:
Ch' i' mi pasco di lagrime; e tu 'l fai.

SONETTO LXXIII.

Rende la ragione, perchè un'Amante alla presenza della perfona

amata impallidisca come morto, é goda alcuna volta di tale impallidire.

Quando giugne per gli occhi al cor profondo

L'immagin donna, ogni altra indi si parte;
E le vertù che l' anima comparte,

Lascian le membra quasi immobil pondo :
E del primo miracolo il secondo

Nałce talor: che la scacciata parte
Da sè stessa fuggendo arriva in parte

Che fa vendetta, e 'l suo esilio giocondo.
Quinci in duo volti un color morto appare:

Perchè 'l vigor che vivi gli moftrava,

Da nessun lato è più là dove stava,
E di questo in quel dì mi ricordava

Ch' i vidi duo amanti trasformare,
E far, qual' io mi foglio in vista fare.

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***

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SONETTO LXXIV. la questo Sonetto non si duole di non potere narrare le sue pene a

Laura, perchè gli occhi suoi le'veggano; ma si duole che la sua fedeltà non operi in Laura quello, che la fedeltà d'alcuni ha operato nel lor Signore : ficcome di Maria, e di Pietro in Cin fto, ancorachè foliero indegni d'esere ricevuti per altro. Cosi osì potess' io ben chiuder in versi I miei pensier, come nel cor li chiudo: Ch' animo al mondo non fu mai sì crudo,

Ch' i' non facefli per pietà dolersi.
Ma voi, occhi beati; ond' io foffersi

Quel colpo ove non valfe elmo, nè scudo;
Di for, e dentro mi vedere ignudo;

Benchè 'n lamenti il duol non si riversi:
Poi che voftro vedere in me risplende,

Come raggio di Sol traluce in vetro,

Basti dunque il defio, senza ch' io dica. Lasso, non a Maria, non nocque a Pietro.

La fede, ch'a me fol tanto è nemica:

E so, ch' altri che voi nessun m' intende, 0000000000koooooooooooooo

SONETTO LXXV.
Quantunque alcuna volta desperato abbia in odio la speranza, e il

suo desiderio, nondimeno, ricordandosi della bellezza di Laura,
muta mente, che è sforzato di seguir Laura, la quale di volontà
prese ad amare, ficcome Adanno di volontà peccò, e tutti i suoi
Descendenti non di volontà, ma sforzati peccano. Rende dun-

que ragione, perchè seguiti l'amor di Laura con tanti tormenti, 1. fon dell' aspettar" omai si vinto,

E della lunga guerra de' fofpiri;
Ch' i' aggio in odio la speme, e i desiri,
Ed ogni laccio onde 'l mio cor' è avvinto.

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